Llll      Lettura di Annunciata Olivieri

                      Durata 24 minuti   

                  Ascolta il racconto

 

 

 NELLE CASE DEI DORF

 

 

 

La videro per la prima volta un pomeriggio di luglio tornando dal torrente.

Matilde con l’asciugamano in spalla saltava da un sasso all’altro, facendo attenzione, perché anche in quel tratto, tra la diga che i ragazzi avevano costruito per fare il bagno e le case, ci potevano essere delle vipere, mentre Clara dietro di lei parlava e parlava…

-I ragazzi sono stupidi, hai visto Michele che a noi ha detto che oggi non aveva voglia di nuotare, e poi quando sono arrivate quelle altre due si è buttato in acqua e voleva prendergli i pesci… disse Clara e senza aspettare risposta continuò: -fortuna che i pesci sono meno scemi di lui e non stanno lì a farsi prendere… era più bello l’anno scorso quando c’eravamo solo noi, adesso quelle smorfiose…

-Guarda là, la interruppe Matilde.

Si era fermata nel punto in cui, attraverso un’apertura tra i rami dei salici e delle robinie, si vedeva il cortile delle case dei Dorf. Quelle case erano disabitate da anni; quando Matilde era piccola, ma proprio piccola, ci abitava una vecchia, poi era morta, e le case erano rimaste nere e vuote, e benché fossero proprio vicine a casa sua Matilde non ci andava mai.

C’erano erbacce tutt’intorno, e chissà quante vipere.

-Cosa? chiese Clara.

-Ma guarda, ripeté Matilde.

Su una panca, contro il muro nero della casa, era seduta una ragazzina, con un libro aperto sulle ginocchia.

-Le rose prima non c’erano, disse Clara.

Allora Matilde si accorse che contro il muro affumicato c’era la gran macchia rossa di un cespuglio di rose, -ma io dicevo la bambina, replicò.

-Forse è in vacanza, disse Clara.

-Ma ti pare il posto di andare in vacanza?

-Forse vuole restare tranquilla.

Questo era probabile. Ed era talmente presa dalla sua lettura che non alzava nemmeno gli occhi, e dire che loro due parlavano a voce alta.

-Andiamo a conoscerla? chiese Matilde.

-E’ tardi, e la nonna già mi sta aspettando, disse Clara.

Stringendosi nelle spalle Matilde si avviò verso casa. Clara era sua amica da anni, da quando veniva a passare l’estate con i nonni, ma era sempre la solita bambina che si adattava alle manie della nonna, il troppo caldo e il troppo freddo, i pericoli della statale e gli orari da rispettare al minuto.

Matilde fino alle sette di sera, quando rientravano suo padre e sua madre, non aveva orari.

 

L’orologio in cucina segnava le cinque e un quarto, che era un’ora giusta per pane e nutella. Matilde mangiò, poi prese in braccio Rocco che dormiva sul davanzale. Pesava come un vitello e non era molto affettuoso, ma si lasciava fare. Matilde gli disse –adesso mio bel gattino andiamo in visita, anzi tu vai in visita e io ti vengo a cercare.

Girò dietro alla casa, entrò nel bosco, superò un muretto di sassi e si trovò davanti a un intrico di alberi, rovi e arbusti rampicanti. Era strano che un posto così vicino a casa avesse l’aria tanto selvatica ed estranea… macché, non era poi tanto strano: se la gente non ci vive i posti diventano selvatici, quanto ad estraneo, tutti i posti dove non si è stati sono estranei la prima volta che ci si va. Del resto, perché avrebbe dovuto andarci se non c’era nessuno? Adesso invece…

-Sta’ calmo, disse a Rocco che dava segni di inquietudine. Rocco detestava essere portato in braccio e gli piaceva andare in giro da solo.

Matilde riuscì a superare i rovi senza graffiarsi le braccia, salì pochi gradini coperti di muschio, ed era sul retro delle case dei Dorf.

-Bene, disse a Rocco che le stava piantando le unghie nell’avambraccio, -adesso puoi andare, così tra un momento ti vengo a cercare.

Il gatto, non appena a terra, con un miagolio rabbioso partì come un razzo nella direzione opposta, cioè tornò a casa. Brutto stronzo, pensò Matilde, perché mentalmente le parolacce si possono usare, ed è proprio stronzo uno che non ti fa un piacere, quando tu sei quella che gli riempie la scodella ogni mattina. E ogni sera, ad essere precisi.

Ma avrebbe fatto da sola, non era necessario avere dei pretesti per parlare con una bambina. Bastava dire –ciao, sono Matilde, abito nella casa qui dietro, e a quel punto la bambina avrebbe detto qualcosa anche lei.

Solo che non c’era più. Il cortile era vuoto. Di fronte c’era un fienile e ai lati due case di pietra che si guardavano con occhi spenti. Le finestre chiuse e senza imposte sembravano proprio occhiaie vuote. La bambina non c’era, e non è che fosse entrata in casa, perché era evidente che lì non abitava nessuno, non c’era segno di vita, né una scopa appoggiata a un muro, né uno strofinaccio appeso a un filo, né un fiore…

Fiori?

Il rosaio che avevano visto dal torrente non c’era. Matilde sentì sulla pelle un freddo peggiore delle mattine di gennaio. Ma non cedette. Ragiona, si disse, forse il muro non era quello, forse dal torrente ne abbiamo visto un altro… Ma proprio da quel punto attraverso la vegetazione si vedeva un tratto dell’alveo del torrente, in quel momento Michele stava passando con le smorfiose, e se avesse girato lo sguardo l’avrebbe vista, ma era tutto rivolto verso quelle due.

Il freddo dalla pelle era penetrato nei muscoli, Matilde sentì che un momento ancora e non sarebbe riuscita a muoversi, -vai! si disse e arrivò a casa col fiatone come avesse scalato una montagna.

 

La mattina dopo si svegliò presto e scese in cucina che i suoi genitori dovevano ancora uscire. –Stai male? chiese sua madre.

-Ma no, non avevo più sonno, così ho deciso di fare un po’ di compiti.

-Allora stai male davvero, disse sua madre.

Una volta avrebbe dovuto dirle che le sue battute non erano spiritose.  Ma in quel momento suo padre uscì dal bagno, così sua madre vi si precipitò, e suo padre le chiese –cosa fai già alzata? ma non aspettò risposta perché alla televisione stavano parlando di uno spaventoso incidente automobilistico avvenuto quella notte. Matilde scaldò una tazza di latte nel forno a microonde, si lasciò baciare da sua madre che poi scappò via di corsa perché naturalmente erano in ritardo.

Bene. Sarebbe scesa al torrente per vedere attraverso gli alberi il cortile della casa dei Dorf, e il muro nero e la panca.

C’era un’aria chiara chiara, la luce sembrava scendere dalla valle con il torrente e anche il silenzio era luminoso. A Matilde vennero strani pensieri, anzi non erano nemmeno pensieri, erano cose senza forma che germogliavano dentro, Germogli di pensiero? Vide margherite gialle che non aveva visto il giorno prima, e cespugli gialli,  ed anche sassi gialli che brillavano come cosparsi da una polverina d’oro. Trattenne il respiro perché stava succedendo qualcosa, sentì un respiro, non era il suo ma non ebbe paura, arrivata al punto da cui si vedeva il cortile dei Dorf chiuse un momento gli occhi per averli poi del tutto liberi di cogliere ciò che avrebbe visto. Trattenne di nuovo il respiro, ma nessun altro respiro riempì il suo silenzio, e quando riaprì gli occhi…

Non c’era niente… cioè c’erano tutte le cose, alberi, terra, sassi e il cortile della casa dei Dorf, ma era tutto grigio e non c’era nessuno.

Era bastata una nuvola sul sole per spegnere tutto.

 

Matilde si era appena messa davanti al libro di scienze, quando Clara venne a chiamarla perché la nonna le aveva permesso di andare a prendere il pane in bicicletta.

-Sai una cosa? il  rosaio non c’è più, disse Matilde chiudendo il libro.

-Quale rosaio? chiese Clara.

Quasi litigarono, perché Clara fingeva di non ricordare né il rosaio né la bambina, e questo perché sua nonna le aveva detto che erano tutte sciocchezze, e che lei Matilde era una che si inventava le cose. Poteva essere vero, pensò Matilde, però sarebbe stato bello che alla nonna fosse venuto un qualche mal di gola, di pancia o di schiena, così forse avrebbe smesso di stressare la vita.

Quel pomeriggio, sempre per colpa della nonna che non lasciava uscire Clara prima delle tre, arrivarono al torrente che gli altri c’erano già tutti e avevano già fatto le squadre per giocare a pallamano nella diga. Le smorfiose avevano dei costumi ridicoli e a loro due nessuno chiese di giocare. Matilde andò a sdraiarsi su una lastra di roccia, e Clara le sedette vicino dicendo, -mi racconti della bambina?

-Della bambina inventata? chiese Matilde, ma proprio in quel momento Michele le chiamò, che andassero a giocare perché Sara e Marina erano stanche.

-Ma neanche per sogno, disse Matilde e tornò a sdraiarsi. Tappare i buchi delle smorfiose, che come al solito si sarebbero messe in bella vista a spazzolarsi i capelli, così tutti avrebbero guardato loro e la partita dopo un momento sarebbe finita.

-Io vado, disse Clara.

Matilde tornò a chiudere gli occhi, ma qualcosa le bruciava come sabbia sotto le palpebre, così si alzò, e a piedi nudi nell’acqua prese a risalire il torrente. Se c’era una vipera che andasse a mordere Sara, pensò, se c’era un pezzo di vetro che si conficcasse nel piede di Marina.

I pensieri cattivi fanno passare la voglia di piangere. Oppure era tutta quella luce che faceva brillare l’acqua e i sassi, e quell’azzurro su cui si sfrangiavano le chiome degli alberi… stava così bene che non le importava di essere sola.

Anzi, non le sembrava nemmeno di essere sola.

Si girò di colpo, e la bambina era a una decina di metri, anche lei indossava i pantaloncini corti e una maglietta bianca, anche lei teneva in mano i sandali.

-Ciao, disse Matilde.

-Ciao, rispose la bambina.

-Chi sei? chiese Matilde.

-Chi sei? ripeté la bambina.

-Mi prendi in giro? chiese Matilde e le andò incontro. Ma dopo due passi qualcosa, un sasso o un ramo di traverso, la fece inciampare, perse l’equilibrio, cadde nell’acqua, perse i sandali, li recuperò, si alzò furibonda.

La bambina non c’era più.

 

Era tanto arrabbiata che andò a casa senza neppure passare alla diga a vedere Clara, e cominciò a mettere ordine in camera, pur sapendo che il commento, spiritoso, di sua madre sarebbe stato –domani nevica.

Era al secondo ripiano dello scaffale grande, quando arrivò Clara a raccontare tutto d’un fiato che Sara era stata morsa da una vipera, fortuna che aveva il telefonino, così quando era arrivata giù alla statale c’era già sua madre con la macchina che l’aspettava per portarla al pronto soccorso, e Marina che aveva dei sandali che proprio non erano adatti per camminare sui sassi si era storta un piede. –Così per un  po’ quelle due staranno alla larga, concluse Clara.

Matilde non disse niente, non voleva capire quello che aveva sentito, e non voleva sentire quello che aveva capito.

Ma Clara insisteva –non sei contenta?

-Di cosa dovrei essere contenta?

-Le smorfiose sono fuori gioco, e noi ci divertiremo come l’anno scorso.

-Ma tua nonna, se sa quello che è successo, non ti lascerà più andare al torrente.

-Ti pare che glielo dica?

-Ma da qualcuno verrà a saperlo…

-Ma no, è a letto con il mal di schiena.

-Sei contenta anche di questo? chiese Matilde con la voce che le tremava.

-Che discorsi fai? replicò Clara, parli come se fosse colpa mia di tutto quello che succede.

 

Non era colpa di Clara, che quindi poteva essere tutta contenta che che le disgrazie altrui rendessero a lei la vita più facile e divertente. Matilde invece quella notte fece brutti sogni, veniva una guerra e non c’erano posti dove nascondersi, veniva l’alluvione e non si avevano appigli per sottrarsi all’acqua, veniva giorno e non si riusciva a svegliarsi… Aprì gli occhi una volta, ed erano già le otto, aprì gli occhi un’altra volta ed erano le nove, li aprì una terza volta e la bambina era in piedi sulla soglia della camera.

-Cosa ci fai qui? chiese Matilde.

-Volevo vedere come sopportavi le conseguenze, rispose la bambina.

-Come sopportavo le conseguenze di cosa?

-Non far finta di non capire. Il difficile non è desiderare, non è neanche far sì che i desideri si realizzino, il difficile è sopportare le conseguenze. Il male degli altri…

-Io non ho fatto male a nessuno… non basta certo un pensiero.

-A qualcuno basta, e questo fa la vita difficile.

-Ma tu chi sei? chiese Matilde, tirandosi il lenzuolo fin sotto il mento come a proteggersi.

-Mathilda, rispose la bambina.

-Eh no, disse Matilde, adesso smettila davvero di prendermi in giro.

Mathilda cominciò a raccontare di una terra dall’altra parte del mondo, oltre l’oceano, -vieni nel mio villaggio, dice, e Matilde si trova tra le montagne ai margini del deserto, trema tra venti gelidi e ondate di caldo, il paesaggio è tutto rosso. - Questa è la casa dove è successo, dice Mathilda. E’ una casa di mattoni rossi con il patio sul retro come tutte le altre case, solo che ha una stanza in più. -In quella stanza non dovevo entrare, continua Mathilda, là era morta una vecchia che leggeva il futuro nelle foglie delle orchidee e una parte della sua anima era rimasta lì, appiccicata ai muri o alle tavole del pavimento, e non si poteva lavare via, bisognava aspettare che evaporasse. Ma io non ho aspettato, continua Mathilda. Sono entrata, e quando poi sono uscita c’era quel brutto gatto a cui tante volte avevo augurato di cadere stecchito, ed è subito caduto stecchito. –Vieni, dice ancora e Matilde cammina con lei nelle vie del villaggio, l’aria è calda e densa di polvere, Matilde ha tanta sete, ma Mathilda dice che tutte le fontane si sono seccate, è per questo che se ne devono andare, -al tuo paese, dice Mathilda, c’è acqua per tutti, anche per le rose e per far giocare i bambini…  Io so che devo andare via, ma sono così debole se non ho qualcuno con cui dividere la mia forza…

 

Dissero che era delirio, del resto con quaranta e cinque di febbre non c’era da stupirsi. Clara chiamò la nonna (che si era già messa in piedi dopo il mal di schiena!), la nonna chiamò la guardia medica e la mamma, che arrivarono praticamente insieme e la mamma la portò al pronto soccorso, dopo due giorni di accertamenti dissero che non c’era niente, cose che capitano nella fase dello sviluppo.

Sua madre adesso faceva la comprensiva, e suo padre l’amico disinvolto, l’uno e l’altra si aspettavano delle confidenze, ma quella storia della bambina che veniva dall’altra parte del mondo e che le aveva fatto vdere la casa rossa dove era morta la vecchia che leggeva il futuro nelle foglie delle orchidee, non l’avrebbero creduta mai…

Le avrebbero subito fatto misurare la febbre.

Tutto stava diventando complicato, o era lei che complicava ogni cosa, perché si chiedeva sempre se era giusto o sbagliato, una parte di lei spiava un’altra parte di lei, e parlava da sola, per fortuna quando era da sola… I ragazzi, uno dei primi giorni che era tornata al torrente dopo che era stata male, le erano venuti tutti intorno a chiederle come era stato il delirio, -Come fumare, o come bere grappa? chiese Michele. Allora le parvero tutti così bambini, sentì che con un soffio di pensiero avrebbe potuto buttarli in acqua e capì quello che intendeva Mathilda dicendo che aveva bisogno di qualcuno con cui dividere la sua forza.

-Il problema è sempre quello di sopportare le conseguenze, disse e li piantò in asso andandosi a tuffare.

 

Vennero le ferie dei genitori, come ogni agosto si andò al mare, due settimane in un villaggio turistico. Si cambiava villaggio, ma era sempre uguale. La prima settimana tutti e tre insieme, la seconda suo padre rientrava perché ne aveva abbastanza di sole e di spiaggia. Questa volta anche Matilde sarebbe tornata a casa volentieri, ma non voleva discutere, spiegare cose che lei per prima non riusciva a capire. Si sentiva sempre più strana, -distratta, diceva sua madre, -anzi così persa che mi chiedo se non siano conseguenze pericolose della febbre, aveva detto un pomeriggio prendendo il caffè nel giardinetto arido con le vicine di bungalow. Fortuna che anche i figli delle vicine erano strani, o lo erano stati nei periodi critici, e qualcuno di loro aveva avuto la febbre e quelli che non l’avevano avuta erano scappati di casa, oppure erano stati beccati a fumare nei gabinetti della scuola… Alla fine tutte avevano concordato che una figlia tranquilla come Matilde di questi tempi era una fortuna, meglio distratta che vagabonda…

Buttata sul divano nella penombra afosa del bungalow Matilde ascoltava quei discorsi, e le veniva una malinconia, dura e spessa, per se stessa e per sua madre, forse era il caso di dirle –mamma credo di essere pazza, perché mi sono convinta che c’è una ragazza che mi assomiglia e ha dei poteri magici e li ha divisi con me, e dobbiamo essere amiche altrimenti rischiamo di combinare guai…

Come avrebbe reagito sua madre? –purché non rompi la televisione… avrebbe detto, ma subito dopo si sarebbe precipitata a cercare uno psicologo sulle pagine gialle.

 

Suo padre venne a prenderle sabato, sarebbero rientrati la domenica mattina sperando ci fosse meno traffico e Matilde si sentiva emozionata come si fosse trattato della partenza per un luogo sconosciuto.

Andarono a mangiare la pizza, lei fece cadere per due volte le posate e sua madre fu bravissima a controllare l’irritazione. Suo padre raccontò di un giro in montagna che aveva fatto con i suoi amici, dei funghi che aveva trovato, delle bollette che erano arrivate, e poi –stanno mettendo a posto le case dei Dorf, disse.

-Chi ha comprato quelle stamberghe? chiese sua madre.

-Sono degli eredi, lui deve essere nipote di un fratello della vecchia Amalia che era andato in Argentina. Adesso le cose laggiù si sono messe male e lui è tornato con la famiglia e cercano di aggiustarsi per vivere nelle case dei Dorf.

-Sono giovani? chiese sua madre.

-Avranno più o meno la nostra età, rispose suo padre.

-Hanno figli? chiese Matilde con una vocina strozzata, perché il cuore le si era fatto tanto grosso che quasi le impediva il respiro.

-Una ragazzina che ti assomiglia un po’… anzi la cosa strana è che la prima volta che l’ho vista quasi mi ha preso un colpo, perché mi sembravi proprio tu.

Matilde bevve un sorso d’acqua e disse –Forse hanno bisogno una mano per i lavori.

I suoi genitori restarono con la forchetta a mezz’aria, Matilde ebbe paura che sua madre dicesse qualcosa del tipo –ne abbiamo lavori quanti vogliamo a casa nostra, ed invece –sì, disse seria, penso anch’io che potremmo dar loro una mano.

Matilde sorrise, in viso e nel cuore.

 

 

 

 

Questo racconto ha vinto la IV edizione del Premio Nazionale Letteratura per l’Infanzia Sardegna (sezione B-opere inedite per ragazzi delle scuole medie).