UNA GIORNATA DI TRENO

 

 

Di quel giorno di febbraio, a metà degli anni ‘90, conservò a lungo, piegato nel portafoglio, un pezzo di carta con gli orari dei treni. Era uno strano periodo in cui i treni partivano e arrivavano in orario  e  ci si poteva azzardare a prenderne sei in una sola giornata.

Varese partenza 9.52

Milano arrivo 10.47

Milano partenza 11.55

Bologna arrivo 13.42

Bologna partenza 14.02

Porretta arrivo 15.07

Porretta partenza 15.20

Pistoia arrivo 16.09

Pistoia partenza 17.37

Firenze arrivo 18.12

Firenze partenza 18.22

Roma arrivo 20.20

Gli erano sempre piaciuti i viaggi in treno. In treno non c’è proprio niente da fare, bisogna lasciare che il tempo scorra per conto suo, non si può rallentare né accelerare. Si può leggere, pensare, guardare dal finestrino contando gli alberi o le case. Si possono osservare gli altri passeggeri, immaginando le loro vite, o inventando loro delle vite che stiano bene con il colore dei loro occhi, o delle loro scarpe. Qualche volta accade di più, di entrare davvero per un momento nella vita altrui, vivendo un’emozione tanto più forte in quanto contenuta in tempi predeterminati, già stampati negli orari ferroviari.

Piccole cose da niente, che si ricordano per sempre.

La prima volta era stato con una ragazzina dalle trecce bionde sull’espresso per Parigi, all’epoca anche lui era ancora un ragazzo. L’ultima volta era stato con una giovane donna, luminosa come un mattino d’estate, che salendo a Trieste gli aveva dato il benvenuto dell’Italia. Poco più di un anno prima, quando stava tornando da una missione nei Balcani.

Anche stavolta tornava da una missione, di tutt’altro genere, ma insomma il suo dovere l’aveva fatto, ed adesso si sarebbe preso una giornata di treno, lunga e meritata come una vera vacanza.

La sala d’aspetto delle Ferrovie Nord Milano era quasi deserta. Oltre a lui c’erano solo un marocchino che si scaldava contro un termosifone e un barbone che dormiva abbracciato alle sue cose.

Fuori la nebbia diventava di momento in momento più fitta. Sul treno si trovò seduto vicino a una signorina in pelliccia e cappellino nero. Senza speranza. Anche il paesaggio fuori dal finestrino, piatto e gelato, era del tutto privo di attrattive. I tralicci erano più numerosi degli alberi. Non aveva voglia di contare gli alberi, e neanche i tralicci, e men che meno di parlare  con la signorina Senza Speranza.

Il giorno prima in piazza del Duomo c’era un gran sole e gli sarebbe piaciuto offrire una rosa a una bella sconosciuta, solo per vedere i suoi occhi passare dallo stupore al sorriso, e forse lo avrebbe fatto, se non lo avesse visto venirgli incontro, curvo e spaesato.

Marcello. Dunque era venuto all’appuntamento, e quindi gli toccava recitare bene la propria parte.

Si erano stretti la mano con un cenno d’abbraccio, poi lui aveva proposto di sedersi al Biffi per colazione, ma Marcello aveva detto che era a dieta e che avrebbe preso solo un cappuccino al bar. In effetti era ingrassato… più che ingrassato appesantito. L’andatura, le guance, le occhiaie, tutto era pesante.

Allora lui aveva deciso per un self-service in Viale Manzoni e Marcello l’aveva seguito, standogli un mezzo passo indietro, ecco sì, attraversando la Galleria gli era sembrato di tirarsi dietro un grosso baule. Al self-service avevano trovato un tavolo d’angolo, lui aveva chiesto a Marcello cosa poteva prendergli, -solo un cappuccino, aveva insistito. Naturalmente il cappuccino era l’unica cosa che non c’era al self-service, così era  stato costretto ad andare al bar, prendere il cappuccino, pagarlo, metterlo sul vassoio, tornare a fare la coda al self-service. Aveva preso della bresaola, insalata russa, formaggio e due olive fritte ascolane. A Nemi nonna Giulia qualche volta faceva le olive ascolane, ne faceva pochissime e le faceva cadere molto dall’alto, come un dono degli Dei.

Seduto al tavolo aveva offerto una oliva ascolana a Marcello, che l’aveva accettata.

Lui allora aveva capito che bastava avere pazienza e la partita l’avrebbe vinta.

 

L’aveva vinta. Completamente solo nello scompartimento di prima classe del rapido delle 11.55 Milano-Taranto, partito in perfetto orario, si sentì piacevolmente rilassato. Lui sapeva come trattare le persone. Sapeva soprattutto che la cosa più importante era ascoltare.

Marcello aveva cominciato a parlare, dimenticando il cappuccino a raffreddarsi nella tazza. La sua vita era stata completamante rovinata dalla famiglia, questa la premessa. Poi aveva snocciolato episodi lontani. Le gite a Ostia della loro infanzia, con i nonni, la serva e i cestini della merenda, tutti schiacciati nella giardinetta e a lui toccava sempre stare dietro nel portabagagli con la serva. Lui l’aveva interrotto –a dire la verità io ti invidiavo tantissino, me le ricordo ancora le gambotte sode della Marinella… Si chiamava Marinella vero quella dai capelli rossi che veniva dalla campagna di Viterbo?  Bastava che tu parlassi e ti avrei lasciato volentieri il posto tra nonna Giulia e tua sorella… Marcello aveva sorriso, ma era stato solo per un momento, poi aveva ripreso più cupo di prima. Ce l’aveva con sua madre e sua sorella che una volta non l’avevano portato con loro al ristorante, aveva la stomatite, doveva mangiare in bianco e sua madre aveva detto che non valeva la pena che andasse a mangiare fuori in quelle condizioni e gli aveva lasciato un piatto di riso bollito. Senza sale. In effetti questo era un dettaglio crudele e non poteva essere inventato. E un’altra volta, in anni più recenti, sua madre gli aveva buttato via i libri di scuola senza nemmeno avvertirlo, e un’altra volta ancora, questo in anni presumibilmente lontani, gli aveva lavato la testa con l’acqua troppo calda.

-Quasi quasi ti conveniva far domanda per l’orfanatrofio, aveva azzardato lui, e per fortuna Marcello si era messo a ridere. E allora aveva continuato –te le ricordi quelle belle orfanelle che vedevamo al mare, tutte in fila con le gambette nude sotto i grembiulini a strisce…

-Sempre alle femmine vai a pensare tu, aveva brontolato Marcello.

-C’è forse qualcos’altro a cui vale la pena pensare?

Marcello si era incupito di nuovo, lui si era accorto di aver fatto una gaffe, ma ormai era fatta. Marcello era stato sposato, ma la cosa non era durata a lungo, e di donne non doveva certo averne avute tante, quella sua aria grama era fatta apposta per tenerle lontane. Le donne vogliono almeno una promessa di felicità: l’approccio con una donna deve cominciare sempre con un tono leggero e gioioso, con un’attenzione affettuosa ed esclusiva. I momenti iniziali di una storia sono sempre i più belli, ogni donna ha qualcosa di bello e ogni donna merita una promessa di felicità. Poi le cose cambiano, ma questo è del tutto naturale.

Mentre il treno attraversava la pianura emiliana illuminata da un pallido sole lui pensò a Clelia e a Paola e a Gianna, a quelle storie che continuavano senza la magia dell’inizio, ma che pure gli illuminavano la vita. Anche Marcello avrebbe avuto bisogno di qualche luce del genere. Ma forse, poveretto, era costretto a pagare, per avere luci anche più modeste.

A un certo punto, Marcello stava parlando ininterrottamente da quasi due ore e lui era stanco e prima di sera doveva andare a Varese a far firmare Anita, era riuscito a portare il discorso sulle case. Se anche dispiace vendere, le case non si possono tenere per ricordo.

-Mia madre e mia sorella e Anita hanno messo gli avvocati per l’appartamento di Ancona. Per una volta tutte e tre d’accordo contro di me. Mia madre d’accordo con quella che le ha portato via il marito, ti pare possibile? aveva chiesto Marcello.

-Se accetti di vendere, gli avvocati spariscono all’istante, aveva risposto lui. Marcello non era parso convinto e lui aveva evitato di insistere. Quell’appartamento non lo riguardava, lui era venuto per il villino di Nemi. Quello sì era un gioiellino. L’aveva costruito nonno Mattia nei primi anni del secolo, con due torrette, le imposte verdi e il giardino con le palme e la vigna che digradava verso il lago. Tutti i nipoti vi avevano trascorso lunghe estati, lui più degli altri perché i suoi erano sempre in giro per il mondo. Pensandoci bene essere figlio di un diplomatico era stata certo più dura che avere il padre dirigente delle ferrovie e la madre casalinga… e se c’era uno che avrebbe dovuto avercela con sua madre era lui che praticamente era stato abbandonato per lunghissimi periodi… ed invece era Marcello quello che aveva rotto con sua madre al punto da non andare nemmeno al funerale di suo padre. Ed adesso l’appartamento di Ancona del povero zio Aldo se lo sarebbero mangiato gli avvocati, ma queste non erano cose che riguardavano lui.

Lui, il suo personale omaggio allo zio ferroviere glielo stava dando quel giorno. Zio Aldo diceva sempre che la Porrettana è una linea leggendaria, bellissima e ardita, e alle due del pomeriggio lui era sul treno che da Bologna lo avrebbe portato a Porretta Terme. Il treno nuovo fiammante l’aveva un po’ deluso, avrebbe preferito delle carrozze un po’ più vissute.

A Bologna il sole si era spento del tutto nella nebbia, aveva cominciato a piovere e mano a mano che si saliva sull’Appennino la pioggia diventava neve. Per un momento aveva pensato di invitare Marcello a fare quel viaggio con lui. -Dai che facciamo la mitica Porrettana che tuo padre magnificava sempre. Avrebbe potuto venire a Roma tornare il giorno dopo, tempo ne aveva… dall’anno prima era in prepensionamento. Solo il lavoro in banca che aveva fatto nei decenni precedenti doveva essere più deprimente dell’essere pensionato a poco più di cinquant’anni. Appunto deprimente… No, non se l’era sentita di rischiare di essere contagiato da quella depressione. E quando Marcello gli aveva chiesto –quando torni a Roma? lui aveva risposto -Domani. Stasera dormo a Varese perché devo  far firmare il compromesso per il villino di Nemi ad Anita, visto che ormai si è deciso di venderlo.

La faccia di Marcello era diventata un punto interrogativo e lui aveva cambiato discorso. –Sei sicuro di non volere qualcosa, una fetta di torta, un altro cappuccino…

Aveva scosso il capo e dopo qualche minuto aveva chiesto come avrebbero fatto a vendere la casa se lui non era d’accordo. Gli aveva spiegato che avrebbero venduto gli otto noni, avrebbe poi deciso lui se vendere o no il suo nono al nuovo proprietario il quale gli avrebbe dato un nono del prezzo vero se era un galantuomo, un nono del prezzo ufficiale se era un figlio di puttana e non gli avrebbe dato nulla se era un gran figlio di puttana. Di certo lui avrebbe dovuto partecipare alle spese di manutenzione che il nuovo proprietario avrebbe creduto di fare prima che lui si fosse deciso a vendere, e non era detto che non le avrebbe gonfiate anche un po’…

Forse aveva avvertito il bluff, perché si era stretto nelle spalle –Se sapevo che comunque saresti andato a Varese, mi sarei risparmiato di venire a Milano.

E lui aveva temuto che non se ne sarebbe fatto niente. Ma più tardi, sul treno per Varese, Marcello era tornato sul discorso. Gli aveva chiesto perché l’aveva voluto vedere se per loro era lo stesso se firmava o non firmava. Lui aveva risposto che gli era sembrato giusto dargli una possibilità di firmare, se voleva, ma, visto che aveva più di cinquant’anni, non intendeva spingerlo né in un senso né nell’altro.

Che facesse quello che voleva. Comunque, -io nei tuoi panni firmerei, aveva concluso.

Poco prima di arrivare alla stazione di Varese Marcello aveva firmato.

 

A Porretta Terme nevicava a fiocchi larghi e lenti. Nel bar della stazione c’era un odore antico, legna bruciata e vino, l’odore… gli ci volle qualche secondo per ritrovarlo… era l’odore d’inverno delle bettole di Ariccia. Quando ancora non andava a scuola aveva passato un anno o forse due con i nonni a Nemi. Ci stavano anche d’inverno, era subito dopo la guerra ed in campagna era più facile trovare da mangiare. E qualche volta andavano ad Ariccia a mangiare la porchetta, c’era una fila di bettole sotto il ponte nuovo, tagliavano la porchetta col coltello in grossi pezzi irregolari e la servivano su fogli di carta oleata… Era un ricordo di allora o era un ricordo più recente? E cosa c’era di struggente nell’immagine della porchetta sulla carta oleata e nell’odore di legna bruciata e vino? Se uno vuole immalinconirsi ogni pretesto è buono.

Ma lui non voleva immalinconirsi. Lui detestava la malinconia.

Un vecchietto senza denti si fece servire un bicchiere di rosso tagliato con la cedrata, e poi lo bevve d’un fiato, come una medicina.

Il suo sguardo, se non disperato, era certo sconfitto. Lo sguardo del vecchio che beveva vino e cedrata, come lo sguardo di Marcello quando gli aveva detto –Tira fuori questi documenti che ci togliamo il pensiero.

Non si trovava una penna, Marcello non ce  l’aveva, lui ne aveva una nella borsa da viaggio, aveva rovistato tra le camicie e le calze senza trovarla, ed alla fine il compromesso era stato firmato con la biro incorporata nel suo coltellino svizzero.

Missione conclusa, era stata una delicata azione diplomatica e lui l’aveva portata a termine con successo. Il villino poteva essere venduto prima che ci piovesse dentro e il prezzo dovesse essere dimezzato.

Il vecchio lo guardava con insistenza, forse semplicemente si aspettava che gli offrisse un altro bicchiere di vino e cedrata. Uscì, salì sul treno per Pistoia, lo percorse tutto, senza trovare un viso di donna che gli facesse dimenticare lo sguardo del vecchio. E quello di Marcello.

Il treno prese a scendere fra la neve in una valle selvaggia. Grandi alberi, forse castagni, macchie di cespugli, qualche casa, ruderi di case, radure bianche di neve. Gli parve di vedere dei maiali, ma erano più probabilmente cinghiali. Si andava giù come inghiottiti. Dalla piazza di Nemi si andava giù verso il lago per una stradina che era poco più di un viottolo. La faceva a rotta di collo in bicicletta, il vento sul viso e gli occhi socchiusi. Nemmeno andare in giostra era così bello. Si arrivava diritti al Museo delle Navi Romane. Le navi romane le avevano bruciate i tedeschi durante la guerra, -‘sti barbari, diceva il nonno. -Chi non ha rispetto per le opere del passato è barbaro, e pure stronzo, ripeteva spesso.

La neve stava diventando pioggia, una pioggerellina sottile che batteva contro i vetri. Una mezz’ora e sarebbe arrivato a Pistoia.

Forse aveva sbagliato ad allungare così il viaggio, avrebbe fatto meglio ad andare direttamente a casa. Oltretutto Sabine, la sua migliore metà, in quel periodo era a Ischia alle terme con le sue amiche, e lui avrebbe potuto telefonare a Paola o a Clelia. Forse era meglio Clelia, che era più leggera di seno e d’umore. Forse era ancora in tempo. Avrebbero potuto cenare in Campo de’ Fiori, e poi la serata sarebbe finita come finiva di solito.

Ma prima avrebbero parlato. Clelia gli avrebbe chiesto –cosa hai fatto in questi giorni? –sono stato a Varese –a Varese? A fare che? –a convincere mio cugino a firmare per la vendita del villino di Nemi –vendete il villino di Nemi? Se hai sempre detto che era uno luoghi mitici della tua infanzia…

Una volta ci aveva portato Clelia. Non solo lei in verità. Ma con Clelia era stato un giorno speciale, verso la fine di aprile, intorno al lago era tutto un giardino, le clematidi che si arrampicavano sul cancello di ferro erano tutte fiorite, e avevano fatto l’amore nel suo lettino di ragazzo, con le finestre spalancate… E chissà quanti altri particolari che lui non aveva voglia di sentire avrebbe ricordato Clelia.

Non aveva voglia di ricordare, ma non aveva nemmeno voglia di restare da solo quella sera. Avrebbe deciso una volta arrivato a casa se telefonarle o meno. Con un taxi poteva essere a casa poco dopo le otto e mezza. Per Clelia, che chiudeva la sua galleria dopo le otto, era prestissimo.

 

A Pistoia aveva più di un’ora da aspettare. Non pioveva più, e l’umidità si era addensata in nebbia. Camminando a caso, col bavero del cappotto tirato su e le mani in tasca, d’improvviso si trovò in piazza. Una bella piazza che pareva l’archetipo delle belle piazze italiane. Il duomo, e il battistero, i palazzi civili e una torre mozzata in chissà quale guerra medievale. Perfetta, si disse, ma non riuscì a provare niente del godimento estetico che di solito queste cose gli procuravano.

Forse aveva semplicemente freddo e così entrò in un caffè tutto oro e stucchi. Tre signore anziane chiacchieravano fitto fitto. Una coppia di fidanzati che non avevano più niente da dirsi, guardavano i quadri alle pareti. Erano paesaggi ottocenteschi, campagne con pastori, marine con fari, anche una locomotiva a vapore, dipinta con tanta verosimiglianza che sembrava sul punto di uscire dalla tela.

Nel salotto di Anita c’erano moltissime foto dello zio, ma nessuna con i treni. Sarà stato perché si erano conosciuti e sposati quando lui già era in pensione. In famiglia si favoleggiava di una grossa vincita al gioco (era già separato da anni e viveva come un orso) che gli aveva premesso di fare un viaggio in Sudamerica. Diceva sempre, questo l’aveva sentito anche lui, che prima di morire voleva vedere un Monte Italia che stava giù in fondo, verso la Terra del Fuoco. C’era andato ed era tornato con una bella donna bruna, l’aveva presentata a nonna Giulia con cui si era stabilita all’istante una profonda e irreversibile antipatia, e pochi mesi dopo l’aveva sposata. –Gli mangia quei quattro soldi e poi lo pianta, aveva decretato la nonna.

Vedendola in lutto stretto, con i capelli raccolti sulla nuca e l’unico ornamento di una catenina d’oro con la croce, lui aveva pensato che recitava alla perfezione la parte della vedova inconsolabile. O forse lo era davvero. Aveva letto con attenzione il compromesso, aveva esitato un momento, ma poi aveva firmato senza fare domande. Poi gli aveva offerto un cognac, e lo aveva invitato a cena. Le aveva risposto che era impegnato con Marcello. Lei non aveva fatto commenti, non aveva chiesto se lui aveva firmato, lei stava ben chiusa nel suo nero e nel suo dolore.

Tranquilla, che in ogni caso i soldi che le toccavano sarebbero arrivati.

Ecco che lui condivideva i pregiudizi del parentame. Anita era l’ultima arrivata e si prendeva l’antipatia di tutti. A lui non era antipatica, oltretutto era ancora una gran bella donna, ma il fatto era che gli stava crescendo dentro il malumore, e le tre vecchie che bevevano il te gli sembravano insopportabilmente pettegole con le loro chiacchiere e i due fidanzati erano proprio male assortiti, lui aveva una brutta cravatta gialla sotto la giacca verde, e lei, in un abitino nero con una scollatura del tutto fuori stagione, reprimeva gli sbadigli senza troppa convinzione. Erano tanto stolidi da non rendersene conto, ma erano destinati ad essere infelici.

-Adesso che la cosa è fatta, aveva detto Marcello restituendogli la penna che lui aveva subito ripiegato sul coltellino, ti offro la pizza stasera. Ho già invitato un altro amico. Compio gli anni.

Lui aveva cercato le parole per fargli gli auguri, cioè le parole le aveva trovate facilmente, ma il tono della voce era stato del tutto sbagliato. Era lo stesso tono di Marcello, più da condoglianze che da congratulazioni. Non aveva affatto voglia di passare la serata con lui, ma era il minimo che potesse fare.

Quando uscì dal caffè, lasciando le vecchie alle loro chiacchiere e i fidanzati al loro mutismo, le luci della piazza erano accese, c’erano pochi passanti frettolosi e anche lui si affrettò, come fosse in ritardo.

Alla stazione un folle correva da una persona all’altra e faceva grandi rutti in faccia alla gente. La giornalaia spiegò che faceva così per ore; prima capiva qualcosa, ma poi era peggiorato e non “’apisce più nulla”, disse.

Sul treno per Firenze quattro inglesine parlavano fitto. Erano reduci dal Carnevale di Viareggio ed erano coperte di coriandoli. Fosse stata una sola le avrebbe detto qualcosa, ma quattro erano troppe. Aprì il giornale, ma pensò che a quell’ora le notizie erano già tutte invecchiate e lo richiuse. Chiuse anche gli occhi, vide la faccia gonfia di Marcello, e la trama di rughe fitte intorno agli occhi di Anita, e la faccia del taxista che l’aveva portato alla pizzeria dove aveva appuntamento con Marcello e il suo amico. Il taxista gli aveva raccontato che in città tutto stava andando a rotoli, le fabbriche chiudevano, suo fratello era stato licenziato, il calzaturificio di Varese l’aveva rovinato Benetton, tra un po’ la gente non avrebbe preso neanche più l’autobus, figuriamoci il taxi. –Sì, certo, problemi ce ne sono per tutti, aveva commentato lui.

Lui in verità problemi non ne aveva, non doveva averne. Aveva fatto la cosa più ragionevole, e se aveva indotto anche Marcello ad essere ragionevole era stato nell’interesse di tutti. Le case non si possono tenere per ricordo. Ma la verità era che segretamente aveva sperato che Marcello non firmasse. Se Marcello si impuntava bisognava per forza cercare un’altra soluzione. Non sarebbe stato così facile vendere gli otto noni… Ma questi erano pensieri inutili. Stupidi e inutili, che oltretutto facevano crescere malinconia e malumore. Le due cose al mondo che detestava di più.

Doveva pensare a qualcos’altro, a una di quelle cose dolci e piacevoli di cui per fortuna era stata piena la sua vita. Per fortuna, e per abilità sua… Lui sapeva costruire e conservare i ricordi, i bei ricordi.

Era il ‘60 o forse il ‘61, in ogni caso prima della fine del liceo, erano le vacanze di Pasqua e stava andando a Parigi, viaggiando di notte per risparmiare i soldi dell’albergo e nello scompartimento seduta vicino a lui c’era una ragazza giovane e severa, o forse sembrava severa solo perché viaggiava con tutta la famiglia. Padre, madre, due fratelli più piccoli, lo scompartimento pieno. Avevano mangiato, i bambini avevano giocato e litigato e gridato, lei seria non mangiava e non parlava, e a lui era sembrato che fosse un modo per allontanarsi da quella sua famiglia piuttosto volgare e avvicinarsi a lui, le aveva anche sorriso per questo, ma lei era rimasta assolutamente  imperturbabile e lui si era sentito un po’ stupido. Poi finalmente si erano chetati tutti ed avevano spento le luci, e la ragazza si era tirata addosso l’impermeabile, coprendo anche il bracciolo della poltrona e sotto quel bracciolo le loro mani si erano trovate vicine. Quanto vicine, lui non se ne era reso conto fino a quando non aveva sentito il contatto del mignolo contro il suo, aveva trattenuto il respiro e non si era mosso. Nemmeno lei si era mossa. Aveva aspettato un momento, poi aveva aumentato la pressione, lei non solo non aveva ritirato la mano, ma gli era sembrato che rispondesse, si era girato a guardarla, ma la sua faccia era del tutto priva di espressione, come fosse davvero immersa nel sonno… L’emozione… questa era l’emozione, intatta forte perfettamente conservata e…

-Biglietto, chiese in quel momento il controllore. Era un omone con le venuzze a rilievo sul naso e non una ragazza bionda con la coda di cavallo, e ruppe del tutto l’incantesimo.

E non c’era tempo per cercare di ricrearlo, in dieci minuti il treno sarebbe arrivato a Firenze.

Sesto e ultimo treno della giornata, poco più di due ore e sarebbe stato a casa. A casa. Quella era la casa come l’aveva voluta Sabine. Bell’appartamento, centrale, con salone e terrazza. Dalla terrazza si poteva guardare negli occhi l’angelo su Castel Sant’Angelo. Il meglio che si potesse  desiderare.  

Quando la sera prima era arrivato in pizzeria, Marcello e il suo amico Brusasco già lo stavano aspettando. Brusasco era un solido lombardo sui sessant’anni, era stato il capufficio di Marcello e probabilmente l’aveva preso sotto la sua protezione vedendolo così debole e solo.

Anche lui era pensionato e con altri stava costruendo uno chalet, per passarsi il tempo e stare un po’ in compagnia. –Peccato che Marcello non abbia voluto partecipare… è così difficile tirarlo fuori dal suo guscio, aveva detto. E poi aveva aggiunto, -l’unica persona di cui parla ogni tanto, e che sembra godere della sua stima, è proprio lei.

Marcello era arrossito come un ragazzino, e anche lui si era sentito in imbarazzo, ma aveva cercato di reagire col suo solito tono leggero –siamo stati bambini insieme, e abbiamo passato lunghi periodi con i nonni…

-Sì, lo so, in quel villino di Nemi con le due torrette… ha proprio ragione Marcello a non volersene staccare. Non si possono amputare le parti migliori della propria vita.

Marcello non aveva detto che se n’era staccato, né tantomeno lui si era vantato di aver portato a termine l’eroica amputazione. Aveva finito in un sorso la birra, allora Marcello aveva insistito che ne prendesse un’altra e anche un piatto di prosciutto dopo la pizza, e poi l’aveva fatto parlare delle sue missioni. Barcellona, il Portogallo, i Balcani soprattutto. Di solito non ne parlava volentieri, ma quella sera aveva bisogno di riempire il silenzio, di non pensare alla casa di Nemi né alla solitudine di Marcello, e aveva cercato di essere simpatico e brillante.

Forse c’era riuscito, perché uscendo dalla pizzeria Marcello l’aveva tirato un momento in disparte e l’aveva ringraziato. Aveva avuto finalmente qualcosa di interessante da esibire all’amico, e questo era una specie di risarcimento per la firma a cui era stato indotto.

Ma d’improvviso quella sera, mentre il treno attraversava la campagna romana cercando nel buio la capitale, lui decise che non doveva finire così. La casa se la sarebbero tenuta, avrebbe telefonato a Marcello, si sarebbero messi d’accordo. Naturalmente Sabine, che da anni insisteva per la villetta a Capalbio, avrebbe fatto il diavolo a quattro, ma stavolta lui sarebbe stato irremovibile.

Si sarebbero divisi con Marcello il villino dei nonni. Una torretta per ciascuno, un piano per ciascuno, in comune il giardino e il cancello di ferro con la fioritura delle clematidi.

 

Arrivò a casa e chiamò subito al telefono Marcello, che non rispose. Riprovò fino alle undici, dimenticando del tutto Clelia, poi andò a letto. L’indomani mattina l’idea gli parve folle, come effettivamente era. Il villino venne venduto ad una immobiliare, Sabine ebbe la sua casetta a Capalbio e lui non ebbe più notizie di Marcello. Il foglietto con gli orari dei treni gli rimase nel portafoglio per molti anni, fino al giorno in cui un Eurostar, rompendosi poco prima di Firenze, gli fece perdere la coincidenza a Milano. Doveva andare a Basilea, a trovare, con il pretesto di una conferenza internazionale sulla pubblica amministrazione, una deliziosa creatura dagli occhi viola che aveva conosciuto a una precedente conferenza.

Aspettando il treno successivo alla stazione centrale fece coriandoli di quel bigliettino. Gli parve anche che un barbone che rovistava in un cestino dei rifiuti assomigliasse a Marcello, ma questo naturalmente era frutto della sua immaginazione.