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Compleanno |
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Stella si vide come fotografata in bianco e nero nello specchio del bagno. In grigio e nero ad essere precisi. Alzò gli occhi sulla larga macchia di muffa sopra le piastrelle e poi tornò ad abbassarli sulla propria faccia. Era il sedici marzo, compiva cinquanta anni ed era del tutto grigia. Non solo i capelli alla radice erano grigi, lo era anche la pelle, persino le labbra erano grigie e le occhiaie erano quasi nere. Accese anche la luce sopra lo specchio, il grigio non diventò colore, si videro invece più distintamente i due segni verticali ai lati della bocca. Tornò a spegnere la luce, si appoggiò con una mano al lavabo e si premette l’altra contro il ventre, dove continuava quel dolore sordo come se ancora stessero grattando via qualcosa. -Forse il peggio deve ancora venire, disse a se stessa guardandosi diritto negli occhi. -Forse il cancro era già andato oltre l’utero, e dovrò fare la chemio e perderò i capelli e farò una gran fatica a morire. Sentì il dolore dal ventre salire a stringerle lo stomaco, ma lo spavento rimase nelle viscere, nessuno avrebbe potuto leggerglielo negli occhi. -Almeno questo, si disse, e si vestì senza più guardarsi. Scese in cucina, dove Larissa stava sbattendo i rossi d’uovo con lo zucchero. Sua madre certi giorni non sapeva nemmeno il proprio nome, ma pretendeva ogni mattina alle sette e mezza in punto due rossi d’uovo con lo zucchero e la marsala. -Buongiorno, disse Larissa, e poi chiese -ha riposato stanotte? -Abbastanza, rispose Stella, e chiese a sua volta -mia madre l’ha lasciata riposare? -Abbastanza, rispose Larissa. Sulla stufa sobbolliva una pentola e in cucina c’era un tremendo odore di aglio. Larissa aveva sempre sul fuoco uno stufato o una zuppa, sempre con l’aglio, e tutto di lei, l’alito ma anche i vestiti e persino gli strofinacci di cucina, sapeva di aglio. Forse Stella, se fosse stata presente quando per la prima volta aveva preparato una di quelle sue pietanze, le avrebbe detto che le dava fastidio. Ma era andata in ospedale pochi giorni dopo che la donna era arrivata, e quando una settimana più tardi era tornata a casa quella aveva fissato le proprie abitudini e preso possesso della cucina. Alle undici e mezza e alle sei di sera portava da mangiare in camera a sua madre, esattamente mezz’ora dopo mangiava lei in cucina. E dopo un’altra mezz’ora la cucina era libera e Stella si preparava un’insalata o un piatto di spaghetti o… non faceva differenza, comunque tutto puzzava di aglio. D’altra parte Larissa era brava, si occupava di sua madre e a modo suo della casa, con sua madre sembrava addirittura essere fiorito un idillio, certe sere spegnevano la televisione e recitavano insieme il rosario, in latino. -Fulvia, chiamò sua madre dall’altra stanza. Non riconosceva nessuno e chiamava sempre la figlia morta. -Vengo subito, disse Larissa e andò di là con la scodella dell’uovo sbattuto. Stella mise sul fornello a gas la moka del caffè, si avvicinò alla finestra, avrebbe voluto aprirla per respirare, ma fuori era troppo freddo. Scostò la tenda sul solito paesaggio in bianco e nero. Fin giù a fondovalle i prati erano ancora coperti di neve, non molta, qua e là affioravano gli stecchi dell’erba non più falciata da anni, e le nuvole alte e bianche minacciavano altra neve. Pochi giorni e avrebbe avuto i risultati della biopsia. Il primario le aveva detto che era quasi sicuro che la cosa si era fermata là. Quasi sicuro. Quasi sicuro che si era salvata. E’ stata fortunata, le aveva anche detto. Fortunata. Mise un pezzo di legna nel fuoco; benché la pentola fosse coperta ne usciva un odore di paprica e aglio che le diede la nausea. Spense il fornello, versò il caffè, la tazza era sbrecciata, ma non aveva voglia di prenderne un’altra. Sedette e guardò i pensili della cucina come se li vedesse per la prima volta. Erano di formica verde, brutti, ma proprio brutti, uno sportello era anche sbilenco. Era proprio una giornata speciale, tutte le cose sembravano volerla festeggiare. Una cosa buona deve pur esserci, pensò aprendo il barattolo dei biscotti. Ne prese uno, un novellino umidiccio che si disfece subito nel caffè. Le venne l’impulso di buttare tutto nel lavello, ed invece bevve il caffè con la melma di biscotto fino all’ultimo sorso. Una cosa buona c’era, ed era che non doveva andare a scuola: ben che andasse, la convalescenza sarebbe durata fino a giugno. Il cancro l’aveva liberata almeno dei ragazzini che diventavano di anno in anno meno umani. E almeno in parte l’aveva liberata anche di sua madre. Per la casa di riposo era terza in lista d’attesa, e quindi bisognava aspettare che ne morissero tre di non autosufficienti, ma nel frattempo aveva trovato Larissa. A tempo pieno, e non qualche ora soltanto come prima le donne del paese. Le aveva lasciato la camera da letto a pianterreno, vicino a quella di sua madre, e si era trasferita al primo piano, dove dormiva prima della malattia di sua madre. Sua madre aveva ottant’anni, e della sua malattia non si moriva. Lei di anni oggi ne compiva cinquanta. Nessuno lo sapeva e nessuno le avrebbe fatto gli auguri, già l’anno prima sua madre non lo sapeva più e le colleghe a scuola se ne erano ricordate un mese dopo. Le avevano portato un ciclamino, e lei si era vagamente vergognata. Un’altra cosa buona di quest’anno era che la vergogna dell’altrui disattenzione non si sarebbe ripetuta. Lavò la tazza, la moka, le poche cose che erano nel lavello, poi sarebbe tornata di sopra, sperando di aver chiuso la porta sulle scale, altrimenti quell’odore aveva nel frattempo invaso tutta la casa. Avrebbe finito col vomitare, forse avrebbe dovuto decidersi a dirlo a Larissa… In quel momento la donna entrò in cucina e chiese -la sua mamma oggi vuole un po’ di gulasch, crede che posso dargliene? Non sarà troppo pesante? Da anni a mezzogiorno mangiava minestrina - patata lessa - petto di pollo, rifiutando come veleno qualsiasi altra cosa. Comunque, avesse vomitato o peggio, non era lei che se doveva occupare, e allora -gliene dia pure, disse, -ma non si meravigli se glielo tira addosso. -A me non tira addosso niente, disse la donna, sollevò il coperchio della pentola e prese a mescolare. Stella uscì dalla cucina, salì le scale, la porta della camera era chiusa, ma l’odore l’aveva invasa lo stesso, e anche il bagno sapeva di gulasch all’aglio. Si stese un momento sul letto, poi si mise a sedere, poi si alzò e prese il cappotto dall’armadio. Voleva provare a fare due passi.
Fuori c’era davvero aria di neve, Stella si avvolse la sciarpa intorno alla testa e tirò su il bavero del cappotto. La neve pesante di febbraio aveva spezzato un ramo dell’unico susino e la staccionata dell’orto era mezza divelta. La casa avrebbe avuto bisogno di essere ridipinta, le imposte erano scrostate, una al secondo piano era addirittura fuori dai cardini. Sbilenca come il mobiletto in cucina. La casa aveva poco più di trent’anni e li portava malissimo. Sua madre l’aveva costruita e malamente arredata con i soldi che aveva avuto per i danni dell’alluvione, rifiutandosi poi di fare qualsiasi lavoro di manutenzione. Stella scese cauta per la stradina gelata, avrebbe dovuto buttarci un po’ di sale. Cioè, avrebbe dovuto chiedere a Larissa di spargere un po’ di sale. Doveva essercene un mezzo sacco in cantina. Per lei era ancora tutto troppo faticoso. Anche camminare. Aveva fatto i cinquanta metri da casa alla strada comunale e già era stanca. Non solo stanca, continuava a sentire un peso e un rodìo in fondo al ventre come subito dopo l’intervento. Probabilmente era del tutto normale, la ferita si stava cicatrizzando. Le avevano tolto l’utero e lasciato le ovaie perché erano sane. Se hai compiuto cinquant’anni te le tolgono in ogni caso, ma lei per tre settimane gli anni non li aveva compiuti, loro sono precisi e gliele avevano lasciate. Gliela avevano data come una buona notizia. Non era ancora in menopausa e la menopausa le sarebbe venuta naturalmente. Congratulazioni. Aveva fatto il pap-test per caso; un giorno che era stata dal medico per le ricette di sua madre c’era la ginecologa in ambulatorio, era libera ed avevano fatto due chiacchiere, -sono sette anni che non faccio un pap-test, aveva detto lei. Il giorno dopo la dottoressa le aveva telefonato e le aveva detto che se avesse aspettato altri tre anni non ci sarebbe stato più niente da fare.
Non c’era nessuno per la strada, i gelatai erano partiti da un paio di settimane, da marzo a ottobre in paese restavano poche centinaia di persone. In verità negli ultimi anni molti non tornavano nemmeno d’inverno, avevano comprato casa in città, o andavano al mare. Di solito a Ibiza, Formentera o in posti così. Il paese moriva. Alle elementari restava una trentina di bambini in cinque classi. Se non avevano ancora chiuso la scuola era perché i trenta chilometri fino a Valle sembravano troppi. Sarebbero stati troppi anche per lei. Si immaginò, per puro autolesionismo, in macchina con le sue colleghe, o in corriera con i ragazzini urlanti. Trentacinque… trentasette anni prima, quando lei frequentava le scuole medie, quel tragitto lo faceva ogni giorno. La corriera partiva alle sei, l’autista li lasciava davanti alla scuola alle sette perché doveva andare a prendere i ragazzi negli altri paesi. Rimanevano un’ora fuori al freddo, ma all’epoca non sembrava grave. La strada sulla Riva de Rocco era un po’ in salita, Stella respirava a fondo per cercare il fiato, ed era come trafiggersi il ventre, ma continuò a camminare, anzi arrivata alla frana dell’alluvione camminò più diritta e spedita. In alto la roccia era nuda e più in basso si era formata una concavità, come scavata da un grosso cucchiaio. Là dove prima c’era la loro casa adesso c’era una grossa catasta di legna ormai marcia, coperta da una lamiera ondulata. L’aveva messa sua madre per segnalare che quel posto era suo. Diceva che bisogna difendere i diritti. Diritti… Stella pensò che era ora di chiedere allo stradino comunale di portarle a casa la legna con il motocarro, se era ancora buona, altrimenti poteva buttarla in discarica. E se il Comune decideva di farci un parcheggio o di metterci i cassonetti per la raccolta differenziata, lei non avrebbe avuto niente in contrario. Davanti al negozio di generi alimentari incontrò la Elide -Buongiorno, le disse, e la vecchia rispose con un mugugno. Era una di quelle che stavano con sua madre quando lei era a scuola. Quando le aveva detto che aveva trovato una badante aveva commentato che era una vergogna mettere la propria madre nelle mani di una forestiera che non si sa né che lingua parli né che Signore abbia. Larissa parlava l’italiano meglio di tutte le vecchie del paese ed era cattolica, e diceva persino il rosario, ma lei aveva un cancro, nessuna voglia di giustificarsi e aveva ribattuto che aveva bisogno di prendersi una vacanza e di stare tranquilla. Del cancro non aveva detto niente a nessuno. A parte a Larissa e alle colleghe a scuola, che tanto lo avrebbero saputo dal certificato medico. Alle colleghe aveva anche detto che preferiva che non l’andassero a trovare in ospedale. -Ci starò pochi giorni, aveva detto, -e sarò in condizioni miserevoli. Ci sentiamo al telefono. Attraversò la piazza, piccoli fiocchi gelati stavano sospesi nell’aria e intorno alla Rocchetta Alta c’era bufera. Prese un vicolo ripido per non passare davanti alla scuola. Si fermò finalmente alla fontana. Era sudata e aveva freddo. Appoggiò una mano al bordo di cemento e alzò gli occhi sul tratto di sentiero più ripido che l’aspettava, ed allora lo vide. Piccolo e intirizzito che affiorava da un mucchietto di sabbia. Un farfaro. Ogni anno i farfari dicevano che ciò che sembrava impossibile sarebbe avvenuto: a un certo punto avrebbe smesso di nevicare e ci sarebbe stata un’altra primavera. Cominciavano i farfari nelle cunette tra i residui di neve sporca. E poi sui prati, tra gli aghi secchi dei larici, sarebbero comparse le soldanelle e poi gli anemoni pelosi. E poi i mughetti… No, i mughetti venivano molto più tardi, quando ormai tutto era verde, e con i mughetti le orchidee e i gigli rossi e i gigli martagone. Vide i mazzi di fiori selvatici nel vaso viola orlato d’oro sul tavolo del salotto. Il tavolo era lucido, come il pavimento in legno chiaro e i fiori erano bellissimi. Suo padre quasi ogni pomeriggio dopo l’ufficio andava per fiori, conosceva i posti di tutti i fiori, li sorprendeva all’inizio della fioritura. E raccoglieva le erbe e le faceva seccare e faceva le tisane. E aveva un erbario, un grande raccoglitore con la copertina verde. Lei poteva toccarlo, ma con le mani pulite. Non era rimasto niente. Ma proprio niente. In un momento il fango aveva cancellato il vaso viola e l’erbario e tutto. Stella si sentiva gelare, i fiocchi di neve cadevano più fitti, il dolore al ventre era più cattivo, non aveva senso essere lì, appoggiata alla fontana… Ridiscese piano per il viottolo, riattraversò la piazza, entrò nel negozio di generi alimentari dove c’era solo Michelina, magra e scorbutica come se il mondo intero fosse responsabile del suo labbro leporino. Ma con lei almeno non c’era pericolo di dover fare conversazione. Stella comprò pane, latte, una scatola di miscela per torte e del cioccolato fondente. Senza dire a Larissa del compleanno una torta la poteva fare.
Quando ne portò una fetta a sua madre, quella inveì cattiva, -chi sei, chi ti vuole, chi ti ha mai voluta… lei uscì dalla stanza e Larissa le prese il piattino dalle mani, -Non se la prenda, le disse. -La sua mamma non capisce più niente. -Fulvia cara, meno male che sei tornata, disse la vecchia a Larissa, e Stella sentì il sorriso nella sua voce. Certo sua madre non capiva più niente, ma continuava a sentire quello che aveva sempre sentito, solo che adesso non lo nascondeva più. Sua madre non le perdonava di essersi salvata, o meglio che loro due si fossero salvate. Lei, Stella, quel pomeriggio di novembre, nonostante la pioggia battente, aveva voluto andare da Adelia a fare i compiti, e sua madre verso sera era uscita per venirla a prendere. E proprio allora la frana si era portata via la loro casa, e tutto. Larissa ritornò con il pezzo di torta intatto. -La signora Teresa non aveva appetito, disse. Forse ha mangiato troppo gulasch a mezzogiorno. Doveva vederla come ha mangiato di gusto… Stella andò di sopra, accese la luce, la camera sembrava quella di una pensione miserabile, spense la luce e si buttò sul letto. Le quattro del pomeriggio. Stella si passò una mano sul ventre, allungò le gambe, poi le strinse contro il busto, poi le allungò di nuovo, non riusciva a trovare sollievo. Forse la passeggiata di quella mattina era stata troppo. O forse semplicemente si stava ascoltando troppo. Adesso però basta. Si girò sul fianco, pensò che avrebbe potuto leggere qualcosa. Sul tavolo davanti alla finestra c’erano i libri che si era portata in ospedale. Ne aveva letti due o tre nelle lunghe giornate in cui era legata a letto da tubi e tubicini. Ma non aveva capito niente, inebetita dalla morfina girava le pagine e intanto camminava, non nelle storie dei libri ma in un lungo corridoio su cui si aprivano via via delle stanze che erano paesaggi. Aveva visto un villaggio in una valle d’alta montagna del tutto priva di vegetazione, e una serie di colline ripide e lisce di erba bassa e secca, e un giardino verdissimo con un’entrata in marmo bianco con decorazioni orientali, e un mare leggermente mosso su cui galleggiavano un paio di occhiali da sole. Avrebbe voluto entrarci, non nel mare di cui aveva paura, ma nel giardino o anche nel villaggio di pietra grigia, ma non poteva, era trattenuta sulla soglia da un dolore, un dolore nel ventre che assomigliava a quello di un dente trapanato senza anestesia. Aveva sussurrato una e due volte, ogni volta che passava un’infermiera -ho male, fa male… -ma no, dicevano loro, non è possibile, controllavano la flebo, ripetevano -no, va tutto bene, poi finalmente un medico le aveva dato una pastiglia e più tardi, prima di dimetterla, quando aveva chiesto come mai aveva avuto tanto male nonostante la terapia antidolore che si praticava nel reparto, il primario le aveva detto che avevano sbagliato le dosi, troppo pochi antidolorifici e troppa morfina, così le era parso di capire. E grazie a questo aveva avuto le visioni… il villaggio di pietra, il giardino orientale, chissà se quel giardino e quel villaggio esistevano davvero, naturalmente sì, doveva averli visti da piccola, magari in uno dei libri di suo padre. Per suo padre, la figlia speciale era stata lei, la primogenita. L’aiutava a fare i compiti e le diceva i nomi dei fiori e guardavano insieme i libri del Touring, e lei immaginava di andarci da grande, in tutti quei posti. Una pagina a colori la ricordava ancora: era un arco di roccia sul mare, in primo piano una scarpata di arbusti verdi e rossi.
-Stella, la chiamò piano Larissa dalla porta, -ci sono delle visite, le sue colleghe, credo. Oh Dio, Stella si tirò su, si passò una mano nei capelli, disse -le faccia accomodare in soggiorno, per cortesia, scendo subito. Quattro e mezza del mercoledì, era il giorno del rientro pomeridiano, il giorno peggiore della settimana. Le trovò sedute entrambe sul divano, si alzarono ad abbracciarla, prima Assunta, un abbraccio stanco, la sua mano aveva sempre l’energia di un uccello morto, e poi Elisa nervosa, nervosa come sempre, l’abbracciò, la lasciò, tornò ad abbracciarla tastandole le spalle e i fianchi -Sei dimagrita, disse alla fine. Stella cercò di sorridere, -Oltre a quello che mi hanno tolto mi hanno tenuta tre giorni senza mangiare e mi hanno fatto decine di flebo, diciamo che mi hanno ripulita. -Stai bene, disse Elisa. -Insomma… non so ancora i risultati della biopsia, sono sempre stanca, ho dei dolori, non fortissimi ma fastidiosi… -Però a vederti stai bene. Non ti ho mai vista così in forma. -Cosa?!? -E’ vero, intervenne Assunta. Stai proprio bene. -Io non ne posso più, disse Elisa. Sai cosa ha fatto oggi Filippo? Filippo era in quarta e ancora non sapeva leggere e scrivere correttamente, non stava fermo un momento, era aggressivo con i compagni e gli sarebbe voluta la maestra di sostegno, ma nonostante l’avessero chiesta ad ogni inizio di anno scolastico non l’avevano mai avuta. -Mentre scrivevo alla lavagna ha messo le mani nella mia borsa, si è preso i fazzoletti di carta e quando gli ho detto che è una cosa che non si deve fare ha preso la borsa e ne ha rovesciato tutto il contenuto per terra e ha rotto lo specchietto e allora non ci ho visto più perché sai bene che uno specchio rotto vuol dire dieci anni di disgrazie e l’ho preso per un orecchio e l’ho lasciato strillare come un maiale e voglio vedere se sua madre ha il coraggio di venire a protestare… Elisa parlava e continuava a parlare con quell’affanno che Stella conosceva bene. Non avrebbe saputo dire in quale anno era cominciato, forse a metà degli anni novanta, il fastidio dell’andare a scuola ogni mattina era diventato ansia, come si dovesse entrare nelle gabbia delle scimmie impazzite. Erano infatti scimmie impazzite e Filippo era una scimmia più grossa e più cattiva. Solo chi non ha a che fare direttamente con i bambini può pensare che i bambini non siano cattivi. Alle nove di mattina una non ne poteva più e doveva arrivare fino all’una e il mercoledì c’era anche il rientro, ed eccole dopo il rientro… come erano ridotte… Elisa che quasi non aveva più voce e continuava a parlare parlare parlare e Assunta che si era appoggiata allo schienale imbottito del divano ed aveva chiuso gli occhi. D’improvviso li riaprì -rientrerai prima della fine dell’anno scolastico, vero? chiese. -No, non credo proprio… ancora non ho nemmeno i risultati della biopsia… se devo fare terapie non rientro neanche con il prossimo anno scolastico. -Eh, no, sbottò Elisa, non puoi farci anche questa. Quell’altra, la supplente, un giorno ha maldipancia e un giorno malditesta e passa metà del tempo in bagno e… La tirata contro la supplente fu interrotta da Larissa che era comparsa sulla porta a chiedere se volevano tè o caffè, -Caffè, risposero insieme Assunta ed Elisa, e poi Elisa commentò -Certo che ti va proprio bene, adesso hai anche la cameriera. -Larissa non è la cameriera. E’ solo gentile. Si occupa di mia madre e… -D’accordo, d’accordo, scherzavo, ma capisco che non hai voglia di tornare a lavorare. Più che altro non aveva voglia di discutere, di ricordare a quelle due che aveva avuto un cancro, che forse lo aveva ancora, che in ogni caso aveva subito un intervento chirurgico pesante, che… Vide il ciclamino bianco sul tavolo e disse -Grazie, siete state molto gentili… -Buon compleanno, disse Assunta. -Ah sì, buon compleanno, ripeté Elisa. Quest’anno l’avevo scritto sull’agenda per non dimenticarmelo, e poi ho corso il rischio di dimenticarlo lo stesso perché non ho mai tempo di aprire l’agenda, ma ieri Assunta ha detto domani andiamo a trovare Stella e allora mi è venuto in mente che era anche il tuo compleanno e volevamo prendere una torta, ma poi abbiamo pensato che forse non eri ancora in condizione di mangiare e abbiamo preso il ciclamino, ed invece stai bene, proprio bene, non ti ho mai vista con una faccia così riposata…
Più tardi, quando se ne furono andate, Stella andò in bagno e si guardò allo specchio. Si vide grigia, come si era vista alla mattina. Anzi adesso il grigio virava verso una tonalità violacea. Le occhiaie erano viola, e anche la bocca piegata all’ingiù, i segni ai lati della bocca sembravano scavati nel legno, e gli occhi... Provò a sorridere, ma fu solo una contrazione dei muscoli, gli occhi affondarono in una trama fitta di rughette. E quelle dicevano che stava bene, che non l’avevano mai vista così bene. Aveva sentito una vena di delusione nelle loro parole… Erano più giovani di lei, erano sane, non avevano una madre demente, avevano persino un uomo, un marito che lavorava in banca Assunta e un fidanzato storico guardia di finanza Elisa, ed erano sinceramente deluse di non poter provare compassione per lei. Bene, si disse, almeno una cosa le era riuscita. Non aveva voluto carità pelosa e non ne aveva avuta. Provò ancora a sorridere allo specchio e di nuovo fu solo una contrazione dei muscoli. I lineamenti forse non erano brutti, c’era stato un tempo in cui si era creduta bella, qualcuno glielo aveva anche detto, ma adesso guardandosi non poteva che definirsi brutta. Proprio brutta. Ma se davvero non l’avevano mai vista così bene, con che faccia era andata in giro prima? Prima non si guardava allo specchio. La verità era questa, semplice semplice. Mano a mano che sua madre era peggiorata non le era rimasto tempo per niente, né per leggere né per passeggiare né tantomeno per guardarsi allo specchio. Si alzava alle sei e mezza, dopo notti sciupate dai frequenti risvegli, si lavava la faccia ad occhi chiusi ed a occhi chiusi si spalmava un po’ di crema giusto per non sentire la pelle che tirava e non aveva un attimo di tregua fino alla sera quando di nuovo si lavava la faccia ad occhi chiusi. E quando ogni tre mesi andava dal parrucchiere non si vedeva allo specchio semplicemente perché si addormentava. Alzò il mento, si guardò il collo, non aveva troppe rughe, abbassò un po’ il golfino, la pelle era bianca, ma non proprio schifosamente lattea, sembrava che un vago ricordo del sole preso in estati ormai lontane l’avesse conservato, e poi era liscia, compatta, senza macchie. Si sfilò il golfino, fece saltare i gancetti del reggiseno, e vide che i seni erano come erano sempre stati. Un po’ grossi, almeno rispetto alla magrezza del busto, un po’ divaricati, con i capezzoli piccoli e scuri in un alone roseo. -Ho ancora le tette, disse a voce alta. -Hai ancora le tette? le chiedeva Luigi quando tornava alla fine della stagione. La loro era stata una storia intermittente e clandestina. Era stata lei a volerla clandestina: Luigi aveva una gelateria ad Hannover, non era brutto, ma sua madre diceva che era stupido e che uno così non avrebbe mai voluto vederselo per casa, sua madre in verità non aveva mai voluto vedersi nessuno per casa. Anche Luigi aveva madre e sorelle in casa e così si dovevano incontrare giù a Valle, in un monolocale che lui aveva affittato apposta, facevano l’amore e poi mangiavano un vassoio di tramezzini. Una volta alla settimana, inverno dopo inverno. Lui tornava in paese ad ottobre e ripartiva a febbraio; gli affari andavano bene, aveva aperto un’altra gelateria, ma i problemi di personale si facevano più gravi di anno in anno e forse per questo a un certo punto le aveva chiesto di sposarlo. Lei aveva detto di no, per lei la storia poteva continuare per sempre così. Ed invece un autunno lui non era più tornato, non le aveva nemmeno scritto, aveva saputo dalla sorella che si era sposato, con una tedesca, -una bella donna bionda, dovresti vederla, proprio una bella donna. E hanno comprato una casa a Maiorca.
Verso le otto, mentre Larissa e sua madre dicevano il rosario, e Stella mangiava una fetta della sua triste torta con un bicchiere di latte, squillò il telefono. Era zia Severina, la sorella minore di suo padre che viveva a Milano e con la quale si sentivano a Natale, nemmeno tutti gli anni. Non avevano mai avuto tante cose da dirsi. Severina avrebbe potuto far domanda per il posto di suo fratello all’ufficio postale ed invece se n’era andata subito dopo l’alluvione e non tornava nemmeno per le vacanze. -Buon compleanno, disse. -Grazie, disse Stella, -sei stata brava a ricordartene. -Mi è capitato tra le mani pochi giorni fa il bigliettino con la stella alpina che tuo padre aveva fatto stampare per la tua nascita… e che era rimasto tra le fotografie di famiglia. Stella avrebbe voluto chiedere cosa c’era scritto su quel biglietto, ma le pareva patetico. Chiese invece -Come stai? Come state? -Tuo zio ha sempre l’asma, ma per il resto non c’è male. E tua madre? -Sempre più fuori di testa… ma per il resto non c’è male. -Una bella croce ti è toccata… -Senti… Stella esitò un momento, poi -hai parlato di fotografie… ne avresti per caso una di mio padre, di mio padre adulto, intendo. L’unica che ho visto è quella sulla lapide. -Infatti, non ne ho date altre a tua madre. -Perché? -Perché… perché era mio fratello. Ce n’è una in cui siete voi due, tu e lui, davanti al rifugio delle Rocchette, con i pantaloni alla zuava tutt’e due… se vuoi te la mando. -Oh grazie, questo sì che è un bel regalo di compleanno. -Ti voleva bene. -Lo so, disse Stella, un po’ imbarazzata, esitò, ma poi aggiunse -anch’io gli volevo molto bene. Dall’altra stanza, nonostante la porta chiusa, arrivava il lamento delle litanie. -C’è una cosa che mi sono chiesta tante volte… mormorò Stella. -Cosa? -Perché non è venuto lui a prendermi quel pomeriggio, perché ha lasciato uscire mia madre con quella pioggia. -Lei non è uscita da casa per venirti a prendere. -Come, non è uscita da casa… Lei non era a casa quando è successo. -Questo è certo… ma lasciamo perdere. -Cosa, lasciamo perdere? -Ma sì, se non l’hai saputo finora, è inutile che tu lo sappia adesso. -Sì, forse è inutile, disse Stella -ma voglio saperlo lo stesso. Spalancò la porta della camera, facendo ammutolire le due che erano arrivate al Salve Regina, e disse a voce alta e chiara -dove era mia madre mentre il fango si portava via suo marito e la sua adorata piccola Fulvia? La risposta arrivò nella cornetta, ed avrebbe potuto essere un colpo di scena da romanzo d’appendice, di quelli che spiegano angosce e rimorsi e suscitano nuovi e più devastanti rancori, ma Stella vide, seduta in poltrona nel cerchio di luce polverosa della lampada sul tavolino, una vecchia dai capelli bianchi e arruffati che la guardava con la piccola faccia terrorizzata e le mani contratte nel grembo. Stella riagganciò il telefono, disse -Buonanotte, ed uscì dalla stanza.
12.XII.2006 |