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Sono passati quattro anni da quei giorni di marzo in cui tutto questo… no, non tutto, ma qualcosa di questo è successo, in un piccolo ospedale della provincia veneta…
LA VITA CONTINUA
Quando aprì la porta del bagno c’era un uomo riverso sul pavimento tra il water e il bidè. Bene, si disse Valeria, esattamente come quando il medico le aveva detto che aveva un cancro, l’essenziale è non farsi prendere dal panico e affrontare una cosa alla volta. Tra cinque minuti sarebbe stata in sala operatoria. Richiuse la porta, guardò per un attimo la propria faccia nello specchio sopra uno dei lavandini, la faccia di una che ha sospeso sensazioni e sentimenti. Bene, ripeté. E tornò in camera. Le infermiere in camiciotto verde la stavano aspettando, e non appena si fu tolta la vestaglia e sdraiata tirandosi il lenzuolo fin sotto il mento, quelle afferrarono energicamente l’un capo e l’altro del letto. Valeria rispose con un gesto della mano agli auguri della Giuseppina. La Giuseppina era stata operata tre giorni prima, girava per il reparto trascinandosi dietro l’asta con la flebo e raccoglieva notizie di tutte le ricoverate. Persino da lei era riuscita a farsi raccontare qualcosa. Lei aveva detto subito la parola cancro, quella che scavava un abisso tra lei e il mondo affondando l’interlocutore nell’imbarazzo, ed infatti anche la Giuseppina era rimasta per qualche istante con la bocca spalancata. Ma dopo si era ripresa, aveva continuato l’intervista e lei a qualche domanda aveva finito col rispondere. Il lettino avanzava in corridoio zigzagando tra i carrelli della biancheria e quelli dei medicinali. Le infermiere, la caposala, la dottoressa scorbutica che faceva le ecografie, non c’erano segni di particolare agitazione. In bagno un uomo era riverso sul pavimento e a momenti qualcuno l’avrebbe trovato. Lei non aveva potuto trovarlo, non poteva fermarsi a diventare testimone di niente, era la prima nella lista degli interventi di quella mattina. C’erano solo due bagni per tutto il reparto, uno era una vasta stanza con doccia, lettino e suppellettili varie, e l’altro, quello dove c’era il tizio, era un bugigattolo stretto a cui si accedeva da una stanzetta a gomito dove c’erano quattro lavandini e un vecchio frigo. A cosa serviva il frigo? C’era un cartello che raccomandava di non attaccare la spina. Il letto era passato davanti ai bagni, tutto tranquillo. Alla stanzetta dei lavandini e quindi al bagno si accedeva anche dalla sala d’aspetto che alla mattina era piena di donne incinte in attesa dell’ecografia, anche adesso… passando Valeria gettò uno sguardo, c’era un mucchio di gente, donne e anche uomini. Tra un attimo qualcuno di loro sarebbe andato in bagno. Le infermiere parlavano tra loro, brontolarono dell’ascensore troppo stretto e poi tornarono a parlare dei loro figli e poi una delle due disse –è il primo giorno di primavera. Valeria, dal giorno in cui le avevano detto del cancro, aveva lasciato in sospeso il tempo, le stagioni e ogni altra cosa.
Le due infermiere la salutarono di fronte alle sale operatorie, un’altra le mise dei calzini di plastica e l’aiutò a spostarsi dal letto a un lettino, poi la spinsero nella sala ginecologica e un’infermiera più sorridente le cercò la vena per la flebo. Sbagliò, ma continuò a sorridere finché trovò la vena giusta. In sala operatoria ti sorridono di più perché devono sopportarti per meno tempo, e poi non sei nella condizione di disturbare in alcun modo. Sei il paziente ideale e ti compensano a sorrisi. Lo sapeva dalla volta precedente. Un mese prima le avevano tolto un cono di cellule, ma non era bastato, i margini della cosa finivano in tessuto sano, così adesso le toglievano tutto il resto. L’anestesista la salutò, tornò a spiegarle come e dove avrebbe fatto la puntura, lei aveva preferito la parziale perché voleva esserci, sentire quello che dicevano, l’altra volta aveva sentito tutto, e anzi aveva partecipato ai discorsi che facevano mentre scavavano e cauterizzavano nel fondo del suo ventre. Lei non era dentro la malattia, lei se ne stava fuori a vedere quello che sarebbe successo. Lei si era tirata fuori da tutto. Fuori dalla porta del bagno. -A posto, disse l’anestesista mettendole un cerotto sulla schiena, io le sarò vicino. -Grazie, rispose lei, e già sentiva che stava perdendo sensibilità. -Buongiorno, dissero i dottori e le infermiere, di sicuro sorridendo dietro le mascherine, -buongiorno rispose lei, e le gambe sollevate in posizione ginecologica non le appartenevano più. C’era una musica morbida, che ammorbidiva anche le luci sopra di lei, colori e forme sfumavano in una nebbia giallina e lei si stava rilassando, anche troppo. Il valium… per forza, le avevano dato venti gocce di valium e lei non c’era abituata, le si stava intorbidendo il cervello, si guardò una mano senza anelli e senza smalto sulle unghie, nudità di lombrico pensò e la lasciò cadere. Un lenzuolo bianco era tirato come un sipario davanti ai suoi occhi, e lei era gravata di zavorra nei muscoli e nei pensieri. Si sforzò, concentrandosi come a voler rimanere in superficie, si aggrappò alle voci intorno a lei, sentì una frase, -di sopra in reparto hanno trovato uno morto… Allora si lasciò affondare nella gran pozza giallina.
Aprì gli occhi sul ginecologo che disse -abbiamo lasciato le ovaie perché erano perfettamente sane. -Bene, rispose lei perché evidentemente era una buona notizia, e tornò a chiudere gli occhi. La cosa era fatta. La morte era stata fermata dentro di lei. Sarebbe tornata indietro o si sarebbe ostinata attaccando da qualche altra parte? In ogni caso al momento era ferma. Riaprì un momento gli occhi sentendo la voce di sua sorella che l’aspettava fuori della sala operatoria, -va tutto bene, le disse, non mi hanno neanche tolto le ovaie. Adesso però dormo, aggiunse. C’era una porta davanti a lei, la attraversò senza camminare, non era in una stanza ma in un altro mondo. Mondo altro. Senza muovere i piedi saliva lungo il pendio di una montagna, si era verso la fine dell’estate, l’erba era secca e le montagne erano alte, facevano un anfiteatro a raccogliere un villaggio di case basse e sui prati intorno c’erano delle capre, non capiva se doveva fermarsi là oppure andare oltre. Oltre, l’aveva visto sull’atlante, c’era un posto chiamato deserto della fame. Non aveva paura di andare avanti, ma qualcosa la tirava indietro… fin davanti ad un’altra porta. Oltre quella pioveva fitto, doveva raggiungere una casa grigia in fondo alla strada, grigia la casa grigia la nebbia, grigio l’ombrello che non bastava a difenderla dalla pioggia perché il vento la portava di traverso. Camminava piegata in due, con una mano teneva l’ombrello e con l’altra si teneva il ventre, e ripeteva con voce sommessa il suono della pioggia. -Hai male? Valeria aprì un occhio e poi l’altro. Sopra di lei la flebo e il viso di sua sorella e subito dopo anche quello della Giuseppina. -Hai male?, ripeté sua sorella, e lei si rese conto che aveva proprio male, un male sordo e cattivo in fondo al ventre, pensò a una cava in cui le macchine operatrici stavano scavando e scavando. -Sì, mormorò. -E dire che hai gli antidolorifici, disse sua sorella e lei girando un poco la testa vide che appoggiata alla spalla c’era una grossa fiala trasparente. Sua sorella aggiunse -però non si muove niente, adesso chiedo all’infermiera di controllare. La Giuseppina disse -appena dopo che ti avevano portata via stamattina, hanno trovato un uomo morto nel bagno. La ruspa grattò in fondo al ventre, ci fu un crollo di materiali da cui animali e uomini furono travolti, tutte le voci furono strozzate, solo la sua uscì, in un suono disarticolato. -Non la spaventi, disse sua sorella e poi la sentì parlare con l’infermiera, ma lei era davanti a un’altra porta. La porta del bagno. Occupato. Segnava occupato, ma non voleva dire niente perché tante volte rimaneva su occupato ma dentro non c’era nessuno, e così spinse la porta ed entrò e per terra, riverso tra il water e il bidè, c’era un uomo, la faccia contro le piastrelle sporche, perché a quell’ora non erano ancora passate le inservienti a pulire. E dietro alla porta c’era qualcuno. La porta nell’aprirsi aveva trovato l’impedimento morbido di un corpo. Come aveva fatto a non accorgersene? Cioè, se ne era accorta, ma aveva negato l’evidenza, e non per paura. Per pura e semplice necessità. -In bagno c’era qualcun altro, disse, ma forse era uscito di nuovo solo un lamento perché sua sorella le prese una mano e -hai ancora male? chiese. Le misero una camicia da notte e poi le fecero un’iniezione. Allora poté riprendere a varcare porte su porte.
Valeria aprì gli occhi, intorno al letto c’erano i medici, il primario le chiese come stava, se i dolori erano passati, e lei disse che sì, erano passati. Lui le spiegò che c’era forse stato un ritardo nel rilascio degli antidolorifici, e questo spiegava i dolori di quelle prime ore, ma adesso non ci sarebbero stati più problemi. Non ci sarebbero stati più problemi. Il morto… avrebbe voluto dire Valeria, ma non avrebbe saputo come continuare. La morte, piuttosto avrebbe potuto dire qualcosa della morte. Ci aveva pensato tanto nelle settimane precedenti, erano stati pensieri profondi ma adesso erano tutti evaporati. Rimaneva invece il morto nel bagno… lei aveva qualcosa di cui giustificarsi? Loro, i medici, si stavano scusando per il ritardo degli antidolorifici e stavano anche dicendo che forse le bende le davano fastidio. Dove aveva le bende se non avevano tagliato? Questa era forse una cosa da chiedere, ma non fu necessario perché abbassarono il lenzuolo e poi cominciarono a sfilarle metri e metri di bende. Metri e metri? Lei non si era tirata su a vedere, anzi aveva di nuovo chiuso gli occhi, ma le sembrava un gioco di prestigio, o poteva anche essere uno di quegli spettacoli estremi della body-art: l’artista s’è riempita tutti gli orifizi di bende, ed invita gli spettatori a sfilargliele. Naturalmente gli spettatori fuggono a rotta di collo. Anche i medici se n’erano andati. La Giuseppina disse che la moglie del morto era incinta, che quella mattina era là per l’ecografia, che aveva avuto un malore, che l’avevano ricoverata, che era nella stanza numero sette.
Nessuno scavava più nel fondo del ventre, ma continuavano ad esserci porte da attraversare, ne aveva di fronte una seria infinita, come se l’universo avesse assunto la forma di un corridoio, e oltre ognuna di esse c’era un paesaggio. Onde dell’oceano che facevano muraglioni di schiuma biancastra, più alti delle case e più alti degli alberi, e percorsi di cresta che toglievano il fiato perché da una parte e dell’altra i pendii andavano giù verticali, con grandi massi rocciosi che affioravano dall’erba secca. A un certo punto ci fu anche una spiaggia di sabbia pulita, con il cielo pieno di aquiloni, come capita sull’Adriatico solo nelle domeniche di maggio, ma lei non poteva fermarsi in vacanza. Doveva andare, andare, andare… sempre sospesa, con le punte dei piedi morti che sfioravano il terreno, con una forza che non le apparteneva, con una volontà che non era la sua, perché lei davanti alla porta del bagno che segnava occupato avrebbe voluto fermarsi, ed invece la apriva e dentro c’era quell’uomo sul pavimento. La Giuseppina disse che la moglie del morto non era sua moglie. Era solo la convivente ed era rumena e nessuno l’andava a trovare. E piangeva e diceva che non sapeva come fare con il bambino.
-E’ l’ultima? chiese a sua sorella indicando la flebo. -Per stasera hanno detto di sì, riprendono domani mattina. -Allora puoi andare a casa. -Ma no… -Adesso sto bene, insistette Valeria, ed era vero. Non aveva male e non aveva fastidio, non avvertiva nemmeno gli aghi sul braccio o il catetere. -Se qualcuno chiede di te? -Gli dici che va tutto bene… -Ma non possono venire a trovarti. -No. Aveva scelto l’ospedale di un’altra città, aveva detto chiaramente che non voleva visite. Non voleva che la vedessero senza la difesa dei vestiti e del trucco. L’intimità coatta con le sconosciute, quella invece era sopportabile, perché almeno era simmetrica. La Giuseppina si lamentava dell’aria nell’intestino. Non aveva più le flebo, le avevano fatto la peretta e aveva mangiato minestrina e formaggino. Più tardi alla sera vennero i figli a trovarla ed a occhi chiusi Valeria fu costretta a rivedere tutto il film dell’uomo trovato morto nel bagno. Con qualche nuovo particolare: era stata la moglie, sì insomma la convivente, a trovarlo e dare l’allarme, fossero intervenuti qualche minuto prima potevano ancora salvarlo, la rumena piangeva e piangeva e diceva che voleva abortire, ma non era possibile perché era oramai di quattro mesi. -Omicidio, sarebbe omicidio, disse la Giuseppina.
Valeria vagò tutta la notte a rimettere insieme i pezzi della sua esistenza. Passò per le case dove aveva abitato, per le stanze dove aveva dormito, riconobbe facce e corpi, e anche la propria faccia e il proprio corpo in tempi diversi, i capelli avevano avuto tanti colori e gli amanti tanti nomi, e poi si trovò in una stanza dalla alte scaffalature dove tutto era messo via, ma in un disordine tale che ebbe subito voglia di uscire. Sulla porta c’era un’ombra. Qualcuno che entrava o usciva o era davvero solo un’ombra? -Bah, sospirò la Giuseppina rimettendosi sul letto. -Cosa c’è? chiese Valeria. -Tra la peretta e la minestrina mi hanno fatta correre tutta la notte. E poi disse che avevano ricoverato una d’urgenza, probabilmente si trattava di una minaccia d’aborto, ma non si vedeva neanche un dottore. E in corridoio aveva incontrato anche quella tipa strana, quella che usciva a tutte le ore a fumare. Si metteva un pastrano sopra il pigiama e andava. Valeria si girò verso il muro, quel tanto che permetteva il catetere. La Giuseppina concluse, -c’è proprio gente che non trova pace a questo mondo.
Le tolsero il catetere e le rimisero le flebo, ogni volta che si sollevava per andare in bagno la Giuseppina proponeva di accompagnarla, ma lei diceva che no, ce la faceva da sola. Doveva tenere il bastone della flebo con una mano e con l’altra i lembi della vestaglia perché non era riuscita a trovare la cintura, probabilmente sua sorella l’aveva portata via per sbaglio con la biancheria sporca. Ma era comunque riconquistare il controllo del corpo. Sua sorella le aveva messo lo smalto sulle unghie, le mani avevano ripreso un aspetto normale, ma il viso no e neanche i pensieri. Si mescolavano con immagini con cui non avevano alcun nesso, e anche i libri che leggeva si invischiavano con altre cose lette o vissute e tutto si confondeva. I libri sul comodino erano comunque un baluardo contro le chiacchiere della Giuseppina. Non sempre funzionava, però. Le notizie venivano aggiornate in tempo reale. Nella prima stanza una con una pancia enorme era in attesa del cesareo. Due gemelli a quasi cinquant’anni. Quella che usciva a fumare era operata da una settimana e ancora non la dimettevano perché c’erano delle complicazioni. Per forza, se non stava cheta un momento. Ah sì, la notizia fondamentale: quello nel bagno non era morto di infarto, come avevano cercato di far credere. Era morto di droga. Avevano cercato di nascondere la cosa, almeno in reparto, ma erano arrivati i carabinieri, ed erano nello studio del primario, e avevano cominciato ad interrogare quelli che potevano sapere qualcosa…
Valeria galleggiava ancora nella confusione post-operatoria, ed era una gran cosa. Aveva anche un occhio gonfio perché forse era allergica a qualcuna di quelle sostanze che da due giorni le stavano sparando in vena. Ed il medico che venne a chiederle se aveva qualcosa da dire a proposito dell’uomo rinvenuto cadavere in bagno aveva già nel tono della domanda la risposta negativa e a lei bastò scuotere il capo. Non appena lui si fu allontanato la Giuseppina chiese, -ma non eri stata in bagno proprio prima che ti portassero in sala operatoria? -Evidentemente sarò andata nell’altro bagno, rispose, e aprì un libro in cui i caratteri a stampa erano formiche nere che si avviavano ai grandi cumuli dei formicai, poi compariva un enorme rastrello che spianava e grattava, le formiche si disperdevano e poi tornavano ad essere lettere, immobili al loro posto. Il libro parlava di una bambina scomparsa durante un temporale, e se Valeria non capiva la storia poteva comunque inventarsela man mano, tanto era chiaro che finiva male.
Aveva resistito quasi per un intero flacone. Poi dovette andare. E uscendo dal bagno, da quel bagno, con la flebo appesa, e la fiala degli antidororifici appoggiata alla spalla, e in mano la caraffa in cui aveva orinato e che doveva rimettere in frigo (a questo serviva il vecchio frigoridero di cui si raccomandava di non attaccare la spina), Valeria se la vide davanti. Appoggiata alla porta, esile e bionda. -Perché l’hai fatto? chiese la ragazza. -Cosa? chiese Valeria. -Perché l’hai ucciso? -Di cosa sta parlando? -Non fingere di non capire. Lui non ti voleva più e tu l’hai ucciso. Valeria appoggiò la caraffa sopra il frigorifero, si appese con entrambe le mani al paletto della flebo, e dovette lasciarsi raccontare tutta una storia delirante di una vecchia amante che non voleva lasciare libero il giovane uomo che finalmente aveva trovato una giovane che lo amava e che gli avrebbe dato un figlio e lei, la vecchia, lo ricattava anche con la storia di una malattia che avrebbe preso da lui, ma lui non era malato, e non si drogava neanche più e quella mattina era andato nel bagno non certo per drogarsi ma per incontrare quella, cioè -tu, disse la pazza, -e tu lo hai ucciso. -Ma per piacere, la smetta di inventare storie che non stanno né in cielo né in terra, disse Valeria e cercò di raggiungere l’altra porta, quella che dava sulla sala d’aspetto. Ma la ragazza che non aveva impedimenti fu più veloce, e tolse di tasca la cintura delle vestaglia di Valeria. -Era vicina a Giuliano, ed è la prova che sei stata tu. Doveva dire qualcosa, una cosa qualsiasi, e non le veniva in mente niente e per la pazza il silenzio era una confessione, del resto era tanto fuori di testa che avrebbe interpretato qualunque cosa come una confessione, e cosa voleva? Voleva una confessione o voleva aiuto? forse la stava semplicemente ricattando, altrimenti perché avrebbe tenuto per sé la cintura della vestaglia? Perché non l’aveva mostrata ai carabinieri? Poteva provare a chiederglielo… -Perché… L’altra porta si aprì, comparve la paziente con l’impermeabile sopra il pigiama, era quella che andava sempre di sotto a fumare, -scusi, disse passando davanti a Valeria, prese la ragazza sotto braccio, -è la mia compagna di camera, disse a mo’ di spiegazione e se la portò via.
Sdraiata sul letto, Valeria decise che doveva pensare. Fissare delle cose e metterle in ordine. Non aveva ucciso nessuno: quando lei era entrata l’uomo era per terra, e poi lei sapeva di non saper fare le iniezioni, questa era una certezza assoluta, mentre quelle delle sensazioni, compreso quello che aveva visto, erano certezze relative. Che dietro la porta ci fosse qualcuno era un’altra di queste certezze relative… La porta non si era aperta fino alle piastrelle, si era fermata su qualcosa di morbido… il ventre di una donna incinta? Aveva fatto tutto lei, la rumena? Poteva essere che la droga lui se la fosse procurata proprio in ospedale, circolava la gente più diversa, forse lei l’aveva aiutato a farsi l’iniezione o forse l’aveva sorpreso dopo ed era rimasta terrorizzata dietro la porta e quando lei aveva lasciato là la cintura l’aveva raccolta, e mentre lui moriva lei aveva pensato come ricattarla, e solo dopo parecchi minuti aveva dato l’allarme… No, la storia non reggeva… E quello che aveva raccontato della vecchia amante? Quella era una storia malamente inventata, mettendo insieme due o tre notizie di sicuro raccolte e trasmesse dalla Giuseppina. La sua compagna di camera, quella dalla vestaglia blu a pois? Viveva sola, non aveva figli e non aveva marito, nessuno l’andava a trovare e non dava confidenza, proprio come se avesse qualcosa da nascondere, e anche la storia del cancro… una non può dire con l’aria tanto spavalda che ha un cancro se non per nascondere qualche malattia più strana e vergognosa. Se ci fosse stato qualcuno responsabile della sua malattia lei avrebbe pensato di ucciderlo? E quando uno l’aveva abbandonata per fare un figlio con un’altra, non aveva pensato di ucciderlo? Sì, però la questione è tutta nel passaggio all’atto. Lei non sarebbe mai stata capace di far del male a qualcuno. Il tizio però l’aveva lasciato morire. Per legittima difesa, certo. Aveva il cancro e doveva farsi operare, senza perdere tempo. Lui aveva forse cinque minuti di vita e lei aveva forse cinque anni prima che la situazione diventasse pericolosa, ma ci sono momenti in cui si ha una percezione del tutto particolare del tempo. Bel discorso. E adesso… Oh Dio, la ragazza, ancora più alta ed esile nell’impermeabile scuro, era sulla porta della camera e la guardava. Non potendo chiudere la porta, Valeria chiuse gli occhi, le palpebre erano entrambe gonfie e stavano più volentieri abbassate. Avrebbe aspettato che la pazza si avvicinasse, poi avrebbe chiamato l’infermiera e… Si sentì scuotere la spalla ed ebbe un sussulto, perché non si aspettava che osasse metterle le mani addosso. -La sai l’ultima? disse la Giuseppina tutta agitata, -la rumena e quella tipa che andava di continuo a fumare sono state dimesse… -E allora? chiese Valeria. -Sono andate via insieme, e la tipa ha detto che si può prendere la ragazza e anche il bambino, che in casa ha posto per tutti… io non so se mi fiderei. -E perché? -Lui era un drogato. -Che c’entra lui? chiese ancora Valeria, mentre un’altra versione di tutta la storia prendeva forma nella sua testa.
Più tardi, quando tornò in bagno, trovò la cintura della vestaglia sopra il frigorifero. Allora ebbe la certezza di essere stata complice di qualcosa. 26.III.2007 |