Let      Lettura di Annunciata Olivieri

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IL MORBILLO

 

 

Teresa andava di casa in casa, come una zingara si lamentava sua madre, ma poiché aveva una bambina ancora più piccola a cui badare, e poi di Teresa tutti in paese lodavano la grazia e l’assennatezza, e lei sola ne conosceva i mutismi rabbiosi se la si contraddiceva, la lasciava andare, non prima però di averle tirato i capelli in due trecce dure come canapi, ché almeno della zingara non avesse anche la capigliatura.

Teresa preferiva le donne sole, come la Tonina, che non si era mai sposata perché doveva accudire suo padre, e l’aveva fatto con spirito di sacrificio fino a che grazie a Dio era morto; grazie a Dio non l’aveva detto la Tonina ma la Marta che abitava di fronte e che era anche più simpatica perché invece del latte tiepido le dava caffè d’orzo e diceva che le donne sono porche, porche non poteva che significare sporche e ingorde come le femmine dei maiali, ma non era il caso di chiederne conferma a nessuno, e quando sua madre le domandava -cosa ti ha detto la Marta?, lei rispondeva -mi ha parlato dei suoi figli, parla sempre dei suoi figli.

Altroché.

-Avresti dovuto vedere in tempo di guerra che traffico giù per il bosco dell’impero, i soldati avevano un gran daffare con tutte quelle che erano disposte a farsi tirar su la gonna. Era questo che significava essere porche? mostrare le mutande ai soldati nel bosco dell’impero? Chissà se sua madre l’aveva fatto, e la Tonina? e la vecchia Orsola unta e bisunta che vendeva filo e saponette portandosi nella gerla tutto il suo negozio? -La vecchia Orsola è una porca? azzardò a chiedere un giorno. -La Orsola è stata la caporiona delle porche, come credi che si sia presa quella bella malattia? -Quale malattia? -Il morbillo.

Era per questo che la Orsola non veniva mai fatta entrare nelle case? sedeva accanto alle soglie sul suo sgabello e, se le davano da bere, dopo il bicchiere veniva sciacquato più e più volte, se compravano qualcosa era soltanto per farle la carità e dopo lo buttavano via, -con quel filo, diceva sua madre, non cucirei neppure la lingua del demonio, e tu girandolona almeno dalla Orsola sta’ alla larga. -Perché? chiese. -Perché ha i pidocchi.

Già, sua madre era convinta che lei non capisse niente e tentava sempre di infinocchiarla.

Un pomeriggio della settimana santa, che le donne erano in chiesa o facevano pulizie, e a lei non piaceva l’aria di trasloco delle case sottosopra, andò da sola fino al bosco dell’impero, che era un bosco per modo di dire, perché gli abeti piantati troppo fitti alle feste degli alberi erano cresciuti storti e malandati. Si era dimenticata di fare la pipì prima di uscire, così si accucciò, tirò giù le mutandine e quand’ebbe fatto si alzò per cercare una foglia con cui pulirsi, ma vide un uomo che la fissava. Era uno che non conosceva, evidentemente un forestiero che veniva per quelle cose che si facevano nel bosco dell’impero, e come sempre le accadeva davanti a un pericolo decise di anticiparlo e sollevò i lembi della gonna a coprirsi il viso. Quando li riabbassò l’uomo era scomparso, e lei si accorse che le mutandine erano rimaste sulle caviglie: aveva fatto certo di peggio di quelle che mostravano le mutande, se le mutande, come diceva la zia Assunta, servivano per coprire le vergogne, ma l’aveva fatto da sola, e questo non sapeva bene dove la collocava rispetto a tutte le porche che l’avevano preceduta.

Passarono Pasqua e il lunedì dell’Angelo, giorni in cui dovette andare in chiesa come tutte le volte che le facevano un vestito nuovo, dopo di che fu lasciata in pace, ma non aveva voglia di uscire e neanche di alzarsi. Stando sdraiata sul divano le pareva che un’onda le montasse addosso a soffocarla, avanzava fin sulla gola e la bloccava tutta, solo la testa ne rimaneva fuori, a farla sentire volpe in trappola. -Trentotto e nove, volevo ben dire!, e vide sua madre trascinare via la sorella più piccola. Sentiva bruciare le mani, da lontano la voce di sua madre diceva -non grattarti che ti fa peggio, ma non si grattava affatto, non sarebbe riuscita a sollevare una mano. Qualcuno la toccò, le palpebre erano spesse come bistecche e fu uno sforzo tremendo aprirvi uno spiraglio, -mio Dio misericordia!... nella caligine stellata vide la faccia dell’uomo del bosco dell’impero, naturalmente era un incubo e bastava riabbassare le bistecche per farlo sparire. Ma poi sentì la voce di suo padre, quella di sua madre, distinse la parola morbillo, e capì tutto.


 
Questo racconto è stato scritto intorno al 1990, era il primo di una raccolta che per un momento sembrava avesse suscitato l’interesse di un grande editore. In preda all’entusiasmo mi ero perfino fatta fare delle foto per l’ultima di copertina.