INCIPIT

 

CAPITOLO I

 

“E' morto” disse Anita.

 

In piedi davanti alla finestra mi accorsi che i vetri erano sporchi, che le piante avevano bisogno d'acqua, che gli scaffali avrebbero dovuto essere spolverati... e d'improvviso tutti i lavori domestici che nel corso della mattinata non avevo avuto voglia di fare divennero gesti di felicità impossibile.

Sì, perché se era vero che era squillato il telefono, che avevo sollevato la cornetta, che la voce strozzata che aveva detto “è morto” era quella di Anita, se quegli ultimi venti secondi erano veri, tutta la normalità di quel sabato quattro ottobre, e forse della mia vita, veniva spazzata via.

Esageravo? forse sì, forse la linea telefonica disturbata mi aveva fatto trovare nella voce di Anita una paura che non aveva motivo di esserci, ne ero stata contagiata, e la parola “morto” era venuta da dentro di me, dal grigio inerte di quella mattina.

“Cosa dici?” chiesi.

“E' morto” ripeté.

“Cosa è morto?”

“Lui, Giacomo.”

Giacomo... lo conosceva da pochi mesi, diceva di esserne innamorata, lo incontrava quasi tutti i fine settimana nella casa al mare, lui si faceva d'un fiato cinquecento chilometri, diceva Anita, che trovava una prova d'amore anche nel mancato rispetto dei limiti di velocità, ma stavolta il poveretto aveva pagata cara la sua imprudenza...

“Quando è successo?” chiesi.

“Non lo so.”

“Da chi l'hai saputo?” provai a chiedere ancora.

“L'ho visto.”

Oh Dio mio, questo spiegava l'angoscia che provava e che mi aveva trasmesso: vederselo davanti sull'asfalto, magari tirato fuori agonizzante dalle lamiere contorte, come avrebbero scritto l'indomani i giornali... verbalizzare l'orrore è l'unico modo per affrontarlo e superarlo, e allora… “Dove è successo?” chiesi.

“A casa, credo.”

“Come, a casa?!?”

“L'ho trovato là...”

“Ma, l'incidente...” obiettai.

“Che incidente? ha un buco di pallottola in testa.”

“Cosa?!?"

"Ma sì, non farmelo ripetere, sono in macchina, e se passa qualcuno...”

“E lui?”

“Chi?”

“Il morto!”

“E' a casa, nel letto...”

“Come nel letto?”

“Ma sì, quando sono arrivata l'ho trovato morto nel letto.”

Che fosse già nel letto quando lei era arrivata era assolutamente di cattivo gusto, uno non può farsi trovare dall'amante già a letto, come se non avesse altro per la testa e temesse di perdere il colpo... ci misi qualche secondo per rendermi conto che il grave non era che lui fosse a letto, bensì che era morto, e per la testa aveva un colpo di pistola.

Non era morto in un tranquillo incidente stradale, ma si era fatto ammazzare. Anita era sconvolta (chi non lo sarebbe stato?), il primo impulso era stato quello di scappare, ma dopo pochi chilometri si era fermata e chiedeva a me cosa fare, anche perché avremmo dovuto essere insieme, ovvero aveva detto al marito che saremmo andate in un paese di montagna dove ci sarebbe stata, quel pomeriggio, la vernice di una mostra d'arte. 

Ora, io appunto ero la sua migliore amica, avevo quasi vent'anni più di lei, ed ero abituata, da quando dedicavo parte del mio tempo a un Centro per i servizi alla persona, ad avere a che fare con i più diversi problemi della gente (anche se ancora nessuno aveva telefonato dicendo di aver trovato un morto ammazzato nel letto di casa sua), insomma se non ero io a dover fare qualcosa...

“Vengo là”, dissi.

“Grazie grazie, lo sapevo che eri l'unica persona su cui potevo contare, grazie...”

Mi sembrò di veder brillare i suoi occhi verdi... c'era in lei una tale intensità di vita che era un piacere starci insieme, e qualunque cosa chiedesse le dicevo di sì... e certe volte non occorreva neppure che me la chiedesse.

“Aspettami all'inizio del paese” dissi, “in due ore se non c'è traffico dovrei arrivare, intanto cerca di pensare alla cosa più ragionevole da farsi.”

 

11.VII.2007