ALTRE VOLTE VENT'ANNI

 

Non succedeva da tanto, tantissimo tempo. E' sdraiata nuda al fianco di un uomo. Dalla finestra aperta entra con il frinire delle cicale un odore dolce di glicine e acacia.

Potrebbe essere una notte d'amore in cui si parla d'amore. Ma lui è un ragazzo, e ai ragazzi non si può dire -ti amo e tanto meno si può pensare che dicano -ti amo.

Quando lei lo guarda lui fa una smorfia da bambino, e le dice -racconta.

Allora lei pensa ai vent'anni con cui lui entra innocente e spavaldo nel secolo che viene, e ai propri vent'anni che sono affondati lontano nel secolo che finisce. Il pensiero è stupido e più stupido ancora il dolore che le procura, ma la verità è che si sente sola. Forse semplicemente non ricordava il distacco di un altro corpo dal suo ed è come rinnovare una ferita.

-Dai, racconta, ripete lui.

-Vuoi che racconti di un ragazzo o di una ragazza? chiede lei.

-Di un ragazzo, risponde.

E allora lei comincia -era un ragazzo di vent'anni che confusamente avvertiva il senso dei tempi oscuri.

Raccontare è la cosa che le viene più facile, quella con cui si è risarcita di tutti i vuoti e di tutte le assenze. -Si sentiva estraneo al mondo in cui viveva, del resto il mondo non è forse un mucchio di frammenti che vanno alla deriva? Quel ragazzo non parlava con nessuno, non delle cose importanti si intende, andava male a scuola, lo bocciarono due volte, ma non gli poteva importare, con il cuore e con la mente era altrove.

-Dove? chiede il ragazzo.

-In qualcosa di grande che avrebbe fatto, non sapeva cosa, ma sentiva di essere destinato a qualcosa di grande.

-E' la mia storia? chiede ancora il ragazzo.

-Ma no, risponde lei, -quel ragazzo aveva vent'anni nel 1916, li compì nella seconda estate di guerra.

 

L'inverno fu bianco e silenzioso, oltre i duemila metri il fronte era assorbito dalla neve. Non si sparava che per ricordarsi di essere in guerra e tutto il pericolo era nelle valanghe e nel gelo assiderante. Ma il ragazzo non aveva mai freddo. Dal posto di guardia vedeva oltre la terra di nessuno le trincee nemiche ed aspettava la primavera come il momento in cui la grande gara sarebbe finalmente partita.  Già sapeva a memoria la  formula con cui gli avrebbero dato la medaglia al valor militare... sotto il violento fuoco nemico teneva coraggioso contegno andando indomito all'attacco...

C'era ancora tanta neve su quelle montagne quando lo destinarono altrove. Era un monte tondo come un panettone, che sotto la luna pareva innocente. Ma il giorno dopo gli toccò ritirare i caduti. Strisciando sul pendio brullo raccattava corpi che non erano mai interi. Trovò gambe sparse e ventri in cui banchettavano i topi. Vide anche qualche soldato ancora vivo che si teneva tra le mani l'intestino. Vide negli occhi dei morenti l'odio per il suo corpo intatto e non avendo di che soccorrerli li soffocò di terra.

 

-Non è vero, la interrompe il ragazzo, -mi stai prendendo in giro.

-Forse non è vero, ma certo non ti sto prendendo in giro. Quel ragazzo tornò dalla guerra, sposò mia nonna, e non raccontò mai nulla di quello che aveva visto sul Col di Lana, più precisamente anzi diceva che di quello che era successo sul Col di Lana mai si sarebbe dovuto sapere. Visse il tempo di veder nascere due figli e poi...

-E poi? chiede il ragazzo.

-Un giorno di marzo prese la bicicletta, andò a Salesei, dove dopo la guerra erano stati raccolti tutti i resti dei caduti italiani, e si sparò.

 

-Selvaggi lupi irruppero attraverso la porta, lei dice dopo un attimo di silenzio.

 

Il ragazzo non riconosce il poeta, non può riconoscerlo perché in verità a malapena lo riconoscerebbe un professore, ma non chiede cosa c'entra, chiede invece -raccontami di un altro ragazzo. E' girato verso di lei, ma tiene entrambe le mani sotto la guancia.

-Però non devi pretendere un lieto fine, lei dice e si chiede se intende punirlo perché prima, quando lei avrebbe voluto che le confessasse un dolore di cui risarcirlo con il fare l'amore, lui le aveva detto che era sempre contento.

-Non importa, risponde lui, -il bello dello storie è quando te le raccontano.

Lei non sa se esserne lusingata o ferita, respinge i sentimenti incerti e, protetta dall'ombra che la luce fioca del corridoio lascia cadere tra i loro visi, comincia il racconto.

-Viveva alla giornata, come spesso fanno i ragazzi. Lavorava senza risparmiarsi, coprendosi di schizzi di calce e colore, senza mai sentire la fatica. La sera giocava a calcio, e non aveva altri progetti che girare le sagre con la chitarra ogni notte del sabato.

-Questo però sono io, dice il ragazzo.

-Ma no, replica lei. -Quel ragazzo aveva vent'anni nel 1943. Anni prima, quando era scoppiata la guerra, neppure per una sera aveva smesso di cantare, tanto era convinto che sarebbe finita molto prima che toccasse a lui.

L'aria della notte le fa rabbrividire la pelle del ventre e del seno, ma non vuole coprirsi, e nemmeno alzarsi per chiudere la finestra, e nemmeno chiedere a lui di farlo. Se uno dei due si alzasse, o si coprisse, il distacco sarebbe definitivo.

Lui non ha freddo, e ripetendo la smorfia da bambino le dice -continua.

 

Andò in guerra e non gli sembrava neanche di essere in guerra. Stava in una piccola caserma tra le montagne della Carnia, c'era da mangiare meglio che a casa e la notte si giocava alle carte, tutti insieme, italiani e tedeschi. Solo gli dispiaceva di non aver portato la chitarra.

Poi una mattina fu svegliato dal calcio di un fucile contro la schiena, ed a mezzogiorno tutti gli italiani, ufficiali e soldati, erano in un vagone sigillato. L'ultima cosa che vide dell'Italia furono le foglie già un po' gialle dei frassini e pensò che a casa in quei giorni di settembre tagliavano l'erba per la terza volta. Il tenente disse che non c'era altro da fare che stare tranquilli, che qualunque cosa fosse successa loro erano sempre militari, che alla peggio in Germania li avrebbero fatti lavorare in qualche fabbrica.

Lui gli credette, perché non pensava che la vita potesse fargli davvero qualcosa di male.

Ed invece finì a Mathausen, a infornare cadaveri, e non solo cadaveri.

 

-Selvaggi lupi irruppero ancora attraverso la porta, dice il ragazzo.

Lui sa così poco di quanto è successo, ma di ogni cosa coglie al volo il significato, e lei non sa se è più invidiosa del suo corpo o della sua mente, ne sarebbe un po' meno invidiosa solo se lui la potesse amare, anche per un momento soltanto. Lei potrebbe amarlo, forse già lo ama, ma certo non glielo può dire.

-Cosa gli è successo, dopo?

-Lo sai da solo.

-E' tornato, si è sposato, ma nulla e nessuno poteva fargli dimenticare quello che aveva fatto e dopo un po' di anni si è ucciso.

-Sì.

-Non dirmi che era tuo padre.

-No, mente lei. In questo momento gli vuole tanto bene che le sembra che una tragedia almeno debba essergli risparmiata. -Mio padre è stato tra quelli più fortunati che dopo l'armistizio sono davvero finiti in una fabbrica, ed in guerra hanno solo perduto i capelli.

-Dopo non ci sono state altre guerre da noi, dice il ragazzo, -e adesso dovrai finalmente raccontarmi una storia di pace.

Nei pochi centimetri tra i corpi nudi lei torna a sentire l'abisso delle cose che lui non sa, che non può sapere. Di nuovo lo vede entrare innocente in un tempo da cui lei è esclusa.

 

-Era una ragazzo cresciuto tra donne, la mamma e le zie, la nonna e le prozie, tutte a coltivare i suoi sorrisi e la sua sfrontatezza.

-Sfrontatezza? chiede lui che capisce tutto ma conosce solo le cento parole della televisione.

-Sfacciataggine, rettifica lei. - Poiché era cresciuto in un affetto senza equilibrio e senza misura, quello diventò anche il suo modo di amare: se una donna gli passava davanti e gli sorrideva lui ne era incantato e stordito, sempre che la donna fosse bella, ma proprio bella... ma al secondo sorriso già non contava più niente per lui.

-Come lo sai?

-Ad uno così ho sorriso anch'io. Non aggiunge che lei sorrideva sempre a tipi così, giusto per essere certa di soffrire, del resto non è di lei che importa al ragazzo.

-Cosa altro sai di lui? chiede infatti.

-Che aveva voglia di fare qualcosa di grande, egli stesso non sapeva che cosa, ma doveva essere qualcosa che lasciasse un segno nel mondo. Poteva anche essere terribile e violento, tanto lui pensava di essere invulnerabile, che nulla di brutto mai gli sarebbe potuto accadere.

-Ma questo allora sono davvero io.

-Forse gli assomigli, ma lui i vent'anni li aveva nel 1974.

-Era il momento migliore per avere vent'anni, dice il ragazzo.

Oh dio, invoca lei mentalmente mentre il freddo nei muscoli diventa dolore.

 

Il momento migliore sarebbero stati i vent'anni di lei compiuti un giorno di giugno del ‘74 in una città blindata? la sera era successo qualcosa che lei al momento aveva scambiato per la felicità però dopo l'aveva pagato caro perché era stato all'origine di tutte le sue solitudini sì perché lei finge di essere tranquilla e padrona della sua vita ma è sempre stata disperatamente sola e sradicata e straniera frammento lei sì alla deriva il ragazzo non deve capirlo non deve neanche intuirlo neanche sospettarlo e allora la storia lei deve dirla dal punto di vista di lui di quello che lei ha conosciuto proprio la sera del diciassette giugno del millenovecentosettantaquattro nella città blindata quello che in un momento scappando dai colpi appena sparati le è entrato in casa e nella vita lei adesso deve fingere che sia lui che compiva gli anni nel settantaquattro anche se in verità lui di anni ne aveva già venticinque era andato fuoricorso a Lettere senza dare neanche un esame perché lui stava facendo la rivoluzione.

Ma che storia è questa? è una storia che non si può raccontare.

 

-Racconta, pretende il ragazzo, e insiste -deve essere stato bellissimo avere vent'anni negli anni settanta.

Tutte le storie del secolo, anche le più orribili, lei pensa, acquistano dignità nel racconto, ma non quelle della mia generazione,  quelle restano informi e prive di senso e non è solo perché siamo stati sconfitti, anche gli altri sono stati sconfitti, per noi c'è qualcosa di peggio.

-E' tardi, prova a dirgli, e aggiunge -devi andare a casa, sperando che dica -voglio rimanere e magari l'abbracci di nuovo, ma lui non vuole rimanere, vuole soltanto un'ultima storia.

-Quel ragazzo voleva fare la rivoluzione, lei comincia, ma poi di nuovo si trova davanti al gran mucchio informe.

Potrebbe cercare di spiegare: intorno alle fabbriche occupate lui aveva sentito una grande forza che non riusciva a buttarsi fuori, e nelle assemblee all'università aveva sentito troppe parole che scorrevano perdendo via via la propria forza. Eppure lui era convinto che il momento fosse quello giusto: si viveva un senso di fine del mondo, uno stato d'animo d'emergenza, la percezione interiore di un salto imminente...

Ma no, tutto questo era un'invenzione di chi a posteriori voleva salvare qualcosa di quelle faccende, lui era solo presuntuoso e cattivo e diceva che gli operai erano stronzi e piccolo-borghesi, e gli studenti erano piccolo-borghesi e stronzi, e che sarebbe venuto anche il loro turno di essere rieducati secondo la parola d'ordine del colpiscine uno...

Quanto l'aveva odiato, continuando ad amarlo e a tremare di lui e per lui.

-Quale rivoluzione? chiede il ragazzo.

Quella che faremo anche per i piccolo-borghesi masochisti come te, diceva lui, schiacciandole il viso con entrambe le mani, così, solo per umiliarla.

E lei continua a cercare qualcosa che la umilii, nel corpo e nell'anima, questa è la sua zavorra, quello che lei si trascina nel secolo nuovo, ma è miseria solo sua che non deve gravare su nessun altro.

-La rivoluzione delle canzoni, spiega.

 

Quel ragazzo con la sua chitarra era in prima fila in tutte le lotte, se cantava -oggi ho visto nel corteo tante facce sorridenti le compagne quindicenni gli operai con gli studenti- le sue parole erano subito di noi tutti e le nostre voci diventavano una sola voce con la sua.

...Viva Mao grido anch'io nel vento...

...E se il vento fischiava ora fischia più forte...

...Le idee di rivolta non sono mai morte...

 Cantavamo liberandoci con il fiato di tutta la rabbia e con la sola forza delle nostre voci ci prendevamo l'una dopo l'altra le vie del centro.

Quando cantò -tra le macerie e sotto i mortai come l'acciaio resiste la città- volammo tutti col cuore nella Stalingrado del quarantatrè, e se cantava -l'orchestra fa ballare gli ufficiali nei caffè-, noi la sentivamo come fossimo fuori delle vetrate di quei caffè, e se cantava -l'inverno mette il gelo nelle ossa-, noi sentivamo i brividi anche nell'afa di luglio. E quando arrivava all'ultimo verso -nelle prigioni l'aria brucia come se cantasse il coro dell'Armata rossa- sulle note dell'Internazionale tutte le vetrine intorno andavano in frantumi.

Ci disperdevamo tra i fumogeni per ritrovarci e ricontarci alla sera.

-Teniamoci per mano in questi giorni tristi, cantava ancora per noi, e i giorni tristi erano tanti, e certe volte era triste persino lui. E allora, sull'argine di un canale in periferia o in una piazza vuota, la sua voce si faceva buia e sommessa -un'altra volta è notte e suono e non so nemmeno io per che motivo forse perché son vivo o forse per sentirmi meno solo...

 

-Ma questo è Guccini, dice il ragazzo.

-Sì.

-Allora ti stai inventando tutto.

-Ti sto raccontando delle storie, come volevi.

-Ma quel ragazzo che cantava nelle piazze è esistito davvero?

-Sì.

-Le canzoni però non erano sue.

-Erano sue anche se non le aveva scritte lui, perché era lui a metterci la nostra vita.

Bel modo per dire che ci siamo gonfiati di parole per esplodere come palloni. E le nostre storie non saranno mai altro che stracci e brandelli.

-Ma almeno questo non si è ucciso?

-Che domanda è?

-Selvaggi lupi irruppero attraverso le porte, dice il ragazzo

 

La Digos alle quattro di mattina di un giorno d'agosto. Nella casa di un'altra con cui lui aveva un'altra relazione. Lei aveva letto tutto l'indomani sui giornali, ed era esattamente lo stesso giorno in cui aveva avuto l'esito del test di gravidanza, positivo.

Eccoli tutti gli elementi di uno stupidissimo feuilleton la cui protagonista aveva versato fiumi di lacrime, e di cui nessuno mai aveva, né mai avrebbe, saputo qualcosa.

-Macché, dice -negli ultimi decenni del secolo anche i drammi si sono fatti piccoli piccoli, e come in un'altra canzone di Guccini credo che sia finito in banca pure lui.

Il ragazzo è sceso dal letto senza sfiorarla e si sta vestendo.

 

Un ragazzo esce nella notte contento di essere libero. Guarda le stelle nel cielo velato ed ha voglia di cantare, con altri ragazzi, in una sagra qualsiasi.

Nulla di male gli potrà mai accadere: è solo per dispetto che i racconti dei vecchi gettano ombre e pericoli su chi ha appena vent'anni.

 

Ma sì, lei pensa, tirandosi addosso una coperta sul corpo gelato, lasciamo che l'epilogo sia questo.

 

 

 

Questo racconto è stato scritto nell’estate del 2000, per la prima edizione delle “Storie del Novecento” di Serravalle Scrivia.